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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tutto e tutti tacciono – tranne questo giornale – a due anni dalla tragedia del Rita Evelin. Perché? Dietro l’assordante rumore del silenzio sembra di percepire una grande voglia di dimenticare un fatto strano, e perciò molto probabilmente scomodo. Con buona pace di quelle tre “morti bianche” sul lavoro. Dopo tutto furono solo tre fra i 1.280 lavoratori che nel 2006 caddero in Italia per guadagnarsi il pane.
Un fatto strano, quell’affondamento del Rita Evelin. Come si dovrebbe definire altrimenti il fatto che un peschereccio di medie dimensioni sia colato a picco in pochi minuti all’alba del 26 ottobre 2006 mentre navigava su Adriatico piatto, in assenza di vento e sotto un cielo limpido; e mentre trascinava una rete che sarebbe stata ritrovata intatta in tutte le sue parti? Un tempo splendido, quel mattino del 26 ottobre 2006, proprio come fa in questi giorni fra fine ottobre e primi di novembre; un’estate San Martino o, se si preferisce, una specie di estate indiana tipo quella descritta da Grace Metalious ne I peccati di Peyton Place.
E un fatto altrettanto strano fu l’assai ritardato recupero dei tre poveri corpi, “per ragioni di ordine pubblico” solo dopo la fiera e sacrosanta protesta per piazze e strade della città da parte dei familiari, dei marittimi colleghi delle vittime e finanche degli ultras della Samb.
Strano pure quel gettare la spugna per una banale rottura di imbragature nel pigro tentativo di recuperare il relitto, dopo avere stanziato e speso centinaia di migliaia di euro per quel grande pontone fatto venire apposta da lontano.
Per non parlare di tutto il resto, su cui certamente questo giornale dovrà tornare. Alla ricerca della verità e per rendere onore a Francesco Annibali, Ounis Gasmi e Luigi Lucchetti. La nobile storia della marineria sambenedettese non può né deve rimanere con questo buco nero.

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