SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Torna in libreria il libro “Io l’infame” scritto nel 1983 da Patrizio Peci insieme al giornalista Giordano Bruno Guerri. La storia del primo pentito delle Brigate Rosse torna in libreria per la Sperling & Kupfer (prefazione di Luca Telese) con una versione arricchita di quattro capitoli e aggiornata dopo un quarto di secolo.
Peci ha concesso un’intervista telefonica alla giornalista Silvana Mazzocchi, uscita domenica scorso nel “Diario” del giornale La Repubblica.
Il titolo del pezzo (“Io sono Patrizio Peci, carnefice e vittima”) è emblematico: Peci, corresponsabile di sette omicidi nella seconda metà degli anni ’70, collaboratore di giustizia poi, fautore con le sue rivelazioni di decine di arresti, colpito dalla vendetta brigatista non direttamente, ma tramite il fratello Roberto, rapito a San Benedetto e ucciso dalla follia fanatica nel 1981.
Carnefice e vittima, clandestino nella clandestinità brigatista degli anni di piombo e clandestino nei 25 anni successivi, quando dopo quattro anni di carcere ha potuto rifarsi una vita, sposarsi e avere un figlio in una località segreta, in Italia, non accettando di fare una plastica facciale ma “vivendo fra la gente”, perché come dice nell’intervista a Repubblica “solo confondendosi nelle città fra migliaia di persone” è riuscito a scomparire e a vivere
Vivere con un rimorso sempre dentro, quello per Roberto; vivere con una moglie e un figlio oggi ventiquattrenne, che ha scoperto in piena adolescenza chi fosse davvero il padre.
L’intervista su Repubblica contiene anche un estratto dei nuovi capitoli di “Io, l’infame”. Sui carnefici di Roberto, Patrizio Peci non ha dubbi: «Non li perdonerò mai, non si può perdonare quello che non ha senso». E poi, forse pensando anche al suo ruolo di carnefice: «E forse è per questo che i parenti delle vittime non riescono a spiegare mai, a chi non lo ha conosciuto, il senso del lutto».
Sul pentimento che ha aperto la strada alla fine delle Br, Peci scrive: «Sono felice di avere fatto quello che ho fatto, perché era giusto farlo».

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