SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La festa del Patrono San Benedetto Martire va negli archivi e vi rimarrà come la prima festa celebrata il 13 ottobre dopo tanti anni di celebrazioni primaverili.
Ma è possibile ripartire dalla figura del soldato romano decapitato il 13 ottobre del 304 dopo Cristo alla foce del Menocchia, per giungere a discutere dell’anima della città, dell’importanza del riposo e dell’odioso sfruttamento della vita dell’uomo? Certamente, secondo Giuseppe Romani, medico, autore di un ponderoso romanzo storico sul soldato romano convertitosi cristiano. Ed il suo ragionamento è avvincente, e tale sicuramente è stato per le tante persone che hanno partecipato alla cena in onore del santo patrono.
“Benedetto…il mare” è stato il titolo dell’evento, un modo per conoscere un Patrono della città ma stranamente non dei pescatori (come è invece la Madonna della Marina), un santo a torto storicamente definito di “serie B”, per sua natura “umile e appartato”, una personificazione di storie e tradizioni e il racconto di un uomo eroico. Insomma, una valorizzazione della cucina di pesce “povera” di questa città, e il balzo non suoni profano ma conseguente.
Andiamo con ordine. L’associazione Pro Loco San Benedetto del Tronto ha organizzato la cena presso il ristorante “Il Pescatore”, di proprietà del presidente dell’associazione Marco Calvaresi. La serata del 13 ottobre, dal risvolto benefico pro Croce Rossa, ha visto un’introduzione suggestiva: «Credo che la figura di Benedetto valga un paragone con Omero», è stata l’evocazione di Romani. «Personalmente credo sia esistito storicamente. Ma se così non fosse, rimarrebbe di certo la personificazione di un popolo. Ugualmente per Omero: esistito o meno, ciò che contano sono l’Iliade e l’Odissea. Così per Benedetto: non può non essere esistito, in questo senso».
Cos’è oggi la città che porta il nome del Martire? Romani risponde: «C’è un’asimmetria fra storia, cultura, crescita economica. Invito la città alla cura della propria interiorità, per non ritrovarsi bella senz’anima. In questo senso, ecco il senso profondo del “Lavorare lavorare” di Nespolo. Lì c’è religiosità, non c’è un oltraggio al duro lavoro di mare. Perchè si tratta di un rifiuto netto dello sfruttamento irresponsabile del lavoro e della vita dell’uomo».
È l’importanza sacra del riposo, la sua dignità umana. La potenza dell’arte, la rivoluzionarietà del messaggio cristiano di Benedetto, aggiungiamo.
Di qui al concetto di “popolo e tradizione” evocato dal professor Renato Novelli, altro Virgilio dell’appuntamento.
«Sfatiamo il mito che la cucina povera sia cucina della mancanza. I poveri avevano vero gusto e consapevolezza culinaria, diamogliene atto. La tradizione e il filo con il nostro passato non vanno rivissuti come il mondo incantato dei romantici. Vanno rivissuti in noi stessi, senza imbalsamarli, vivendoli».
Ecco il perché del fritto di “buatt”, ecco il perché dei frittelletti e della minestra “vota cì” del menu (vedi allegato) preparato in collaborazione con l’Ipssar e con i commercianti di via Montebello.

Di nuovo, il balzo non suoni profano ma conseguente.

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