Al volgere del secolo, è il 26 ottobre 1897, il “New York Times” dà notizia di una grave alluvione che ha colpito “the entire plain around Ascoli”, provocando 8 vittime. Nel 1901 si verificherà un’altra esondazione del Tronto.

Pochi mesi dopo, il 6 luglio 1898, un violento nubifragio colpisce San Benedetto e i paesi vicini.
Un cronista dell’epoca racconta: “Il ponte sull’Albula avendo avuto ostruite le arcate da piante sradicate dalla bufera e covoni di grano trasportativi dalla stessa, ruinò [da cui “Ponte rotto”] e, nella rovina, ostruì maggiormente il letto del torrente… Il nuovo letto, formatosi così capricciosamente doveva avere un esito e lo ebbe riversandosi con tutta la furia di una terribile procella sull’interno della marina, trasformando in altrettanti torrenti tutte le vie che menano al mare”. Le vittime saranno 4. Solo dieci anni prima, la zona ha vissuto la sua ultima epidemia di colera.

Natura e destino, ma anche miseria.

Il 1898 non è un anno facile. Sono gli anni in cui comincia quella “rivoluzione industriale” italiana che porterà il reddito nazionale ad aumentare del 50% entro la Prima Guerra Mondiale, ma nel frattempo il Paese vive una grave crisi sociale e politica.
L’ “onta” di Adua non ha solo risvolti nazionalistici. Le finanze pubbliche faticano a riassorbire i contraccolpi della fallimentare campagna d’Africa e della guerra commerciale con la Francia.
Al risanamento finanziario non seguono misure sociali. Quando la Guerra Ispano-Americana fa impennare il prezzo del grano, in tutta Italia esplodono i “moti del pane”. Ovunque i militari assediano le città in rivolta e sparano sulla folla, fino all’epilogo della “protesta dello stomaco” di Milano: il “feroce monarchico Bava” cannoneggia la folla.

L’autoritarismo monarchico sembra salvo. Non così Umberto I che cade sotto i colpi di pistola dell’anarchico Bresci il 29 luglio del 1900. Nel 1910 il luogo dell’attentato di Monza verrà sacralizzato con la costruzione della “cappella espiatoria”, su disegno dell’“architetto di famiglia” e deputato sambenedettese Giuseppe Sacconi da Montalto. L’anno dopo terminerà la costruzione della “torta nuziale”, il Vittoriano. Nel 1901 Sacconi ha curato il restauro finto-medievale della Torre dei Gualtieri. Nelle elezioni del 1904 il liberale Luigi Dari “eredita” il suo seggio: il 5 aprile del 1907 il Sottosegretario ai Lavori Pubblici Dari mette la prima pietra del porto di San Benedetto.

I moti del ’98 nell’ascolano si sovrappongono alla crisi agraria, dovuta all’aumento della popolazione (dai 69000 abitanti del 1802 ai 125000 del 1901) e all’arretratezza delle tecniche produttive.
Ancona, a metà gennaio, è tra le prime ad essere posta sotto assedio. Qui i rivoltosi otterranno un calmiere ai prezzi e l’istituzione di forni pubblici. Un risultato modesto tutto sommato, ma sufficiente. La conseguenza più rilevante, sarà un’altra: con i “Moti di Ancona” – e poi attraverso la “Settimana Rossa” del ’14 e la rivolta della Caserma Villarey del ’20 – nasce il mito della regione repubblicana e “rossa”.

L’immagine della regione oscillerà da allora tra sovversione e moderatismo; fino, si può dire, all’ultima fase dell’estremismo di sinistra dei nostri giorni.
Ma sarà l’individualismo quello che meglio definirà “il marchigiano”: operaio o mezzadro, nelle campagne o sulle marine, ugualmente sempre distante dalle istituzioni e dalle organizzazioni.

Il fascismo ne farà un modello nazionale: il probo mezzadro, lavoratore e dedito alla famiglia e il padre-padrone bonario, ma energico.
In realtà la crisi del modello economico tradizionale, a cui non corrisponde l’industrializzazione, trova sbocco solo nell’emigrazione. Il fascismo rappresenta, quindi, l’ultima fase di “staticità nella storia marchigiana”. Un “ordine” che si presume tradizionale, mantenuto con la violenza e il sopruso. Dove non ci sarà aperta opposizione, l’adesione al fascismo sarà molto lenta e più legata a ragioni di conformismo che ideologiche.

Al di là dell’idillio campestre della propaganda, l’ascolano – per le sue caratteristiche e per il frazionamento della proprietà – non è terra ad alto valore produttivo.

La questione dei “patti colonici” – la ripartizione di spese e produzione tra mezzadro e proprietario (simile a quella tra marittimi e armatori, al centro delle lotte sindacali a San Benedetto a partire dal secondo dopoguerra) – era esplosa dopo la Prima Guerra Mondiale. Il miraggio di migliori condizioni e della proprietà con cui i contadini-soldati erano andati in guerra e il crollo della produzione del 30%, avevano creato un clima di esasperazione.

L’aspirazione naturale all’individualismo e alla proprietà, però, contrastava col massimalismo dei socialisti e impediva la nascita di una vera “coscienza di classe”. A fatica le leghe contadine rosse o bianche riusciranno ad ottenere piccoli miglioramenti dei patti.

Più determinato il padronato che nelle elezioni del 1919 si presenterà in una variegata lista antisocialista e antipopolare con gli “ex combattenti”, capeggiata tra gli altri dall’industriale e interventista genovese Giovanni Tofani. L’Ing. Tofani in quegli anni cercherà di creare nell’ascolano un grande polo industriale, in collegamento con i principali gruppi industriali e bancari italiani; non risparmiando metodi squadristici.

Nelle elezioni del 1921 sosterrà apertamente il caporione fascista Gaj; nonostante le violenze fasciste, il “Blocco Nazionale” sarà primo partito solo a livello provinciale e la maggioranza ancora delle forze socialiste e democratiche.

A San Benedetto il “Fascio di combattimento” viene costituito solo il 18 aprile del 1921 e ha vita difficile; gli fanno argine le leghe, il sindacato ferrovieri, il partito socialista e finanche l’amministrazione comunale, ma non ci saranno come altrove scontri con gli “Arditi del Popolo”.
Come da copione, il 24 agosto 1921 i carabinieri arrestano il segretario locale del Partito Socialista; il 1 ottobre viene perquisita la casa del capo guardia municipale Cesare Spina.

In provincia, l’occasione per una prova di forza fascista è lo sciopero indetto per il 31 luglio 1922 dall’ “Alleanza del lavoro”. A San Benedetto i ferrovieri bloccano la circolazione dei treni. I fascisti da Ascoli – con l’appoggio del Prefetto Valle – occupano i punti nevralgici della provincia, defenestrano le amministrazioni socialiste e popolari delle principali città: a fine agosto i fascisti scacciano l’amministrazione socialista di San Benedetto.

Ai primi di agosto del ’22, i fascisti guidati da Gaj affluiscono dall’Umbria e dal Nord e occupano tutta la regione. “La marcia su Ancona” prepara quella su Roma e serve a saggiare la reazione delle autorità.
La marea montante crea per conformismo una sorta di “fascistizzazione spontanea”, sia tra le file popolari che socialiste, sia tra le leghe bianche che tra quelle rosse.

I deputati popolari marchigiani ottengono la sostituzione oltre che di Valle, del comandante dei carabinieri di Ascoli e di alcuni commissari di polizia.
Quando il 27 ottobre i fascisti annunciano la “mobilitazione generale”, in vista della Marcia su Roma, il nuovo Prefetto Ferrara fa presidiare la città da esercito e carabinieri. Come a Roma, basterebbe poco per disperdere la marmaglia fascista, ma, com’è noto, Vittorio Emanuele III si rifiuta di firmare il decreto dello “stato d’assedio”. I fascisti straripano e occupano la Prefettura. Ferrara si rifiuta di esporre la bandiera e viene costretto alle dimissioni.

Intanto, la Terza Internazionale ha proclamato la lotta internazionale al fascismo. Il “New York Times” riferisce dell’arresto di molti militanti comunisti in tutta la penisola, il 6 febbraio 1923. Degli oltre 150 arresti in tutta la provincia, 24 riguarderanno San Benedetto.

L’11 maggio 1928 il quotidiano americano parla della grande frana di Grottammare; dall’ottobre del ’22 un’altra sciagura si è abbattuta sull’Italia.

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