SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Se c’è un ex giocatore della Samb che incarna la leggenda di questa maglia questo è senz’altro Paolo Beni. Il “mitico”, come viene ancora affettuosamente e rispettosamente chiamato anche dalle nuove generazioni di supporters rossoblu, non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni e lunedì 13 ottobre riceverà, insieme ad altri, il “Gran Pavese Rossoblu”, premio cittadino riservato a tutti quei personaggi che con le loro opere hanno dato qualcosa di speciale alla città.

Beni, cosa significa per lei ricevere questo premio?

«Una cosa che mi arriva del tutto inaspettata che però mi ha fatto un immenso piacere. Penso sia una delle cose più belle che possano capitare ad un cittadino».

Per un ex giocatore di calcio anche un fatto, se vuole, insolito.

«E di questo ne sono doppiamente felice, senza nulla togliere a tutti i miei colleghi passati e presenti che hanno dato non solo le gambe ma anche il cuore a questi colori»

E’ anche un premio alla sua acquisita “sambenedettesità”?

«Dopo quasi cinquant’anni di permanenza direi proprio di sì. Arrivai nel 1960 e da allora non mi sono più mosso. Mia moglie ed io ne siamo entusiasti ancora come lo eravamo allora».

Come arrivò alla Samb?

«Per me come per tanti altri di quel tempo fu mister Eliani a volermi in Riviera. Mi vide giocare in una rappresentativa in Toscana e mi portò con sè a fare due provini dei quali il primo fu un vero disastro. Ma nel secondo riuscii a convincerlo. Comunque sono in buona compagnia: anche Caposciutti, Di Francesco ed altri arrivarono così alla Samb».

Sarà mai possibile avere una squadra che ripeta le gesta indimenticabili di Mister Bergamasco, Faccenda, Colantuono?

«Intanto diciamo che da allora il modo di giocare e vedere il calcio è cambiato di molto. Ora a muovere le fila sono procuratori, osservatori e via dicendo. Nelle serie C o come si chiamano ora, con i costi che ci sono ai giorni nostri, senza diritti televisivi, senza sponsor di peso, la risorsa maggiore deve venire da un settore giovanile talmente efficiente da poter permettere di sfornare talenti in casa propria senza dover ricorrere a prestiti e poterci guadagnare sulla valorizzazione. Non è vero che nel nostro territorio ci sono pochi talenti. Io, che ho fatto il direttore del settore giovanile per tanti anni, dico che è pieno. Bisogna solo avere la pazienza di andare a scovarli ed aspettare che maturino».

L’attuale dirigenza è stata accusata di non spendere abbastanza e pensare solo al bilancio.

«Forse pochi come me conoscono l’amore della città per la sua squadra e so cosa sta provando in questo momento. Però ad onor del vero bisogna aggiungere che chi compra una società di calcio lo fa per un ritorno mediatico o d’immagine, non certo per guadagnarci sopra. E con i tempi che corrono, credetemi, chiudere con un bilancio in pareggio senza rischiare il fallimento è un grande traguardo».

Cosa ne pensa Paolo Beni dell’attuale momento di crisi?

«Non vado a vedere le partite ma guardando la classifica direi che non sono tanto i due soli punti in classifica a preoccupare, piuttosto il fatto che non si riesca a segnare. Ho avuto modo di vederli per pura coincidenza in uno degli ultimi allenamenti e mi sono sembrati vivi e vogliosi. Non li conosco a livello tecnico perchè non li ho mai visti giocare ma qualcosa prima o poi dovrà venir fuori. Altrimenti occorre fare altri inserimenti. Qualcuno che non abbia paura di tirare in porta fosse anche per mandare la palla in cielo. L’importante è provarci, poi prima o poi la palla la metti dentro».

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