SAN BENEDETTO DEL TRONTO – C’era una volta un Paese senza memoria. Quel Paese è l’Italia e la memoria manca ancora.

Sala piena sabato pomeriggio all’Auditorium di Viale De Gasperi, per la presentazione di “Doveva morire” (Chiarelettere editore, 387 pp.) di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato.

Un’avvincente romanzo giallo, una “spy story”, se il lettore non sapesse da subito che si tratta di una delle trame insanguinate della storia d’Italia e non di finzione. La trama, il delitto Moro, l’evento chiave dopo del quale “nulla è più come prima”, per il Sostituto Procuratore di Ascoli Ettore Picardi.
Picardi ha introdotto e moderato l’incontro, assieme all’Assessore Sorge e a Mimmo Minuto.

Un incontro col “Caso Moro”, per gli autori, innanzitutto professionale: Imposimato è in quegli anni Giudice Istruttore del Tribunale di Roma, mentre Provvisionato è membro del pool giornalistico “Ansa” che segue in tempo reale il sequestro.

Moro “doveva morire”, sacrificato sull’altare della “ragion di Stato”, poiché la politica di apertura a sinistra rischiava di alterare i delicati equilibri della “Guerra Fredda” e sistemi di potere consolidati.
Le “Convergenze Parallele” – secondo l’espressione, attribuita allo stesso Moro, che indica la strategia di avvicinamento tra DC e PCI e che avrebbe portato al “Compromesso Storico” – si realizzeranno, allora, ad un altro livello durante i giorni della sua prigionia.
USA, URSS, mafie, logge massoniche, servizi segreti e gruppi terroristici costituiscono la tela di ragno attorno al presidente democristiano.

La minuziosa ricostruzione e i documenti che Imposimato e Provvisionato citano, sembrano lasciare ben pochi dubbi. Moro morirà per una convergenza d’interessi di queste forze opposte e di un disegno che si realizza, ancora una volta, probabilmente, “per cerchi concentrici”.
Le BR sembrano diventare quasi uno strumento nelle mani di questi gruppi di potere; puri esecutori criminali e in parte stupidamente inconsapevoli.

Strategia che si muove a più livelli: dalla disinformazione, a un’azione di limitazione dell’autonomia degli inquirenti. Al centro della quale Imposimato mette le gravissime responsabilità di Giulio Andreotti e di Francesco Cossiga, all’epoca rispettivamente Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno.

Tra i “Comitati di crisi” istituiti da Cossiga e pesantemente inquinati da membri della “Loggia Propaganda 2” – pilotati da Licio Gelli, nelle parole di Imposimato – centrale sarà il “Comitato di esperti comportamentisti”. Ne faranno parte, tra gli altri: il criminologo piduista Franco Ferracuti che sosterrà, a delegittimarlo, che “Moro non è più Moro”; Steve Pieczenik, già consigliere di Henry Kissinger e inviato del Presidente Carter; Stefano Silvestri, attuale Presidente dello IAI (Istituto Affari Internazionali).

Il “Comitato” elaborerà alcune relazioni strategiche segrete che indicheranno la strada lungo cui si muoveranno i “congiurati”. In un’intervista del 2006 ad un giornale francese, Pieczenik ne ha chiarito definitivamente la logica: “Moro in quei momenti era disperato e doveva senza dubbio fare ai suoi carcerieri rivelazioni importanti su uomini politici come Andreotti. È stato allora che Cossiga e io ci siamo detti che era arrivato il momento di cominciare a mettere la Brigate rosse con le spalle al muro. Abbandonare Aldo Moro e lasciare che morisse con le sue rivelazioni… Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro alla scopo di stabilizzare la situazione italiana”.

“Il mio sangue ricadrà su di voi”, dirà Moro in una delle sue ultime lettere dalla “prigione del popolo”. In una storia che non passa come quella dei misteri di Stato, il suo sangue ricade sulla memoria del Paese; se non c’è giustizia e la Storia non sembra insegnare nulla.

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