dal settimanale Riviera Oggi numero 745
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il cartello segnala minaccioso: “Zona sottoposta a videosorveglianza”. Non è chiaro, però, cosa si “videosorvegli”: il pontino del Corso è scarabocchiato, a contraddire il cartello, come quasi ogni angolo del centro. Non siamo ancora ai fasti di un tempo, ma la videosorveglianza presto lo renderà simile al gemello di Via Mazzocchi e a molti altri angoli “caratteristici” della città.

A ricordarci che viviamo in un mondo globalizzato non sono solo gli architetti “stile internazionale”, con le loro piante esotiche e i loro cubetti di porfido, e le mafie straniere che fanno capolino; ci sono anche “blotto”, “sars” e altri tagger e writer. Fenomeni sociologici per tempi tristi che rendono anch’essi le città tutte uguali. Così stratificati e ripetuti costantemente nel tempo, gli scarabocchi, da essere diventati il simbolo, il “tag”, della mancanza di civismo. Senza moralismi.

Piccolo degrado, certo, nulla da far invidia alle grandi città, ma costante.
A dispetto dei progetti di rimodernamento o di abbellimento che caratterizzano storicamente ogni mandato, e che non migliorano né la pulizia delle strade né la sorveglianza. La città appare, spesso, sporca e in alcune vie persino maleodorante.

Nella più banale delle passeggiate cittadine, abbiamo percorso l’anello tra Viale De Gasperi, Viale Secondo Moretti e Via Trento e abbiamo visto quel che il cittadino vede, ma l’autorità sembra non vedere.

Partendo da Viale De Gasperi e lasciandoci alle spalle i suoi “lavori in corso”, il primo è più rappresentativo paesaggio è quello dell’Albula. Balaustre rugginose, rifiuti, escrementi di cane, melma e pareti completamente coperte di tag, graffiti e pseudo murales. Siamo in Via Gino Moretti, degno lungo fiume, anch’esso luogo di escrementi canini e di pavimentazione sconnessa.
Nell’auspicata rinaturalizzazione del nostro torrente si può immaginare, invece, possa diventare un luogo di passeggio.

Torniamo su Via Curzi e usciamo sul Corso che appare pulito, forse per effetto della pioggia.
Superato il pontino ferroviario, entriamo nella Pineta guardando in faccia il soldato di bronzo. La strada comincia a farsi più sporca. Alle spalle del Monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale c’è tutto un campionario di bidoni dei rifiuti. Anche per il più irriducibile pacifista, un insulto. Non è solo l’impatto visivo: il ricordo dei caduti qui sa letteralmente di spazzatura.

Entriamo nella pineta vera e propria. È l’apoteosi del tag. Copre ogni cosa, arredo urbano e costruzioni. Dai bagni pubblici alla casa del giardiniere, dalle fontane morte alle panchine; i pali, i giochi per bambini, i cestini e bidoni; le edicole dei bar e della giostra; soprattutto il muro della ferrovia che in più punti è anche un grande orinatoio. Il terreno è sporco. Qualche signore passeggia con un cane sotto il cartello che avverte che “È vietato introdurre cani”.
La pavimentazione su Viale Buozzi aspetta anche lei i lavori promessi, così come il buco della vecchia sala giochi demolita.

Si sciolgono gli ultimi crocchi di ragazzini che tornano a casa e incontriamo i canonici tossici con spacciatore. Superiamo “la Palazzina” (almeno lei, salva) e passiamo lo splendido e malmesso ponte “littorio”. Sporco, scarabocchiato e col solito panorama di rifiuti dell’Albula. Buon Appetito!

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