SAN BENEDETTO DEL TRONTO – A raccontarlo così è un episodio che fa venire anche qualche sorriso. Ma nel viverlo si pensa a tutto, anche al peggio.
Raffaella Milandri l’ha fatto, e non se ne vergogna. Capita anche ai viaggiatori più esperti, a quelli che come lei girano il mondo e i suoi luoghi impervi solitari o caotici rigorosamente da soli. Anzi, in compagnia di una macchina fotografica.
Siamo in Alaska, vicino a Proudhoe Bay, fra colline giallo-rosa, la tundra della sommità del pianeta, i rami di un fiume nell’aria già autunnale di un agosto vicino al mare Artico.
Raffaella si ferma a bordo del suo fuoristrada, vuole scattare delle immagini di quel paesaggio. Attraversa due rami del fiume, al terzo ramo il potente fuoristrada fino ad allora fedele si blocca lì e non vuole più andare avanti. Comincia ad affondare nella melma, non ne vuole sapere di uscire. Raffaella esce dal finestrino e poi scende passando dal cofano, cerca di scavare per liberare le ruote ma si bagna di un’acqua gelida, nei zero gradi che a quelle latitudini non sono neanche il massimo dell’ostilità degli elementi.
Percorre circa un chilometro a piedi lungo la strada, bagnata, infreddolita no di più. Percorre centinaia di metri nella tundra, dove in alcuni punti affondi fino alle ginocchia quasi fino al permafrost, nel terreno perennemente ghiacciato che si trova al di sotto dello strato che si scioglie d’estate.
«Mi hanno soccorso due cacciatori – ci racconta la Milandri – e mi hanno portato al vicino campo petrolifero, dove mi hanno dato ristoro e panni caldi. La jeep è rimasta lì nel fiume, per estrarla bisognerà attendere che l’acqua si ricongeli….Quel posto era pericoloso, attorno si vedono nitide le impronte dei lupi. La poliziotta che assisteva ai tentativi di recupero aveva il fucile in mano…».
Quando rischi la vita in una natura inospitale ragioni sulle priorità, ti perdi in una filosofia dell’emergenza che giocoforza ti porta alla consapevolezza delle gerarchie delle cose.
«Sono stata fortunata, percorrere la Dalton Highway vuol dire affrontare 700 km con un traffico medio di 150 veicoli al giorno. Sono pochissimi, quasi niente. Solo a metà strada trovi un villaggio con 13 abitanti. È la mia sfida, è ciò che volevo fare».
Un tuffo nel mondo selvaggio, ai confini della terra. Quello che ti lascia dentro lo puoi comunicare meglio con le foto che con le parole, forse.
«Mi muove la ricerca del vero spirito di un paese. Preferisco il ritratto dei volti umani, ma in questo viaggio mi sono stupita della bellezza del paesaggio, che ti stordisce».
Un territorio immenso, su verso il Circolo Polare Artico, affianco alla Transalaska Pipeline, verso i campi petroliferi dell’estremo nord. Orsi, lupi, coyote, caribù. E poi gli incontri con i nativi, gli unici a cui lassù è consentita la caccia alle balene.
«Sono di ispirazione animalista, ma ho voglia di sapere e di conoscere, non mi fermo davanti a usanze per noi cruente, ma che per i popoli di lassù sono ancora consuetudini di vita, mezzo di sostentamento alimentare».
Lassù, “into the wild” come nel film di Sean Penn, nelle terre selvagge dove, scherza Raffaella, «ho portato un po’ di sole dall’Italia. E me ne vantavo con una popolazione che ho trovato squisita. Forse è il fatto di essere in pochi a renderli ospitali, gentiluomini, disponibili ma non invadenti».

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