SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Perché in questa città si fa fatica a parlare degli anni di piombo?
Sul “rimosso” collettivo, almeno a San Benedetto, in relazione a quel periodo di contestazione, impegno civile, barricate, opposti estremismi, insensata violenza, in molti si interrogano, perlopiù fra coloro che quegli anni non li hanno vissuti.
La tragedia di Roberto Peci, recentemente, è tornata ad essere oggetto di memoria storica e compassione umana nell’animo collettivo della città (negli animi individuali mai ha smesso di esserlo) grazie al bel documentario di Luigi Maria Perotti, ricostruzione audiovìsiva che è stata e che sarà patrimonio e strumento di conoscenza non solo sambenedettese e non solo italiana.
In un meritevole dibattito organizzato in piazza Pazienza sabato 30 agosto dal movimento Sinistra Democratica si è parlato del caso Peci, del bisogno del ricordo umano, della necessità della ricostruzione storica.
Interessanti sono stati i concetti portati all’attenzione dall’onorevole Pietro Paolo Menzietti, anima storica del Pci sambenedettese. La sua ipotesi sul perché del “rimosso collettivo” recitava più o meno così: «Una caratteristica dell’animo sambenedettese è sempre stata l’insofferenza al potere costituito, unita anche ad un certo individualismo. Da questa avversione istintiva, negli anni settanta, hanno avuto sviluppo delle pulsioni allucinate che puntavano a un rivoluzionarismo altrettanto allucinato, incurante delle grandi conquiste ottenute nel campo del lavoro dal movimento operaio e dal sindacato. Credo che il motivo del rimosso sia proprio la difficoltà di fare i conti ora con quella visione allucinata. Ma adesso diventa essenziale farlo, perché c’è cultura solo quando si capisce da dove veniamo. La tragedia Peci dovrebbe servire da monito».
Va da sé, crediamo noi, non-testimoni di quell’epoca, che la visione allucinata di cui parla Menzietti non fosse affatto considerata allucinata a quei tempi, da molti in questa città. Molti, fra cui solo una piccola parte uscì dalla mera simpatia politica (“brodo di coltura” si diceva allora con inevitabile approssimazione denominativa) aderendo alla deriva della lotta armata, sulla quale ci sarebbe ancora molto da scrivere e da studiare. Non solo a livello storico, ma anche a livello di indagine psicologica nei vissuti individuali.
Ma restiamo al tema del “rimosso”. In un’epoca di barricate, Menzietti stava dalla parte del Pci, forse la vera “altra barricata” rispetto a Lotta Continua e alla sinistra extraparlamentare. Più ancora che i giovani sulla barricata di Destra, più ancora che i “borghesi”.
Da un’altra persona, che ha vissuto quegli anni, le esperienze della sinistra “altra”, Radio 102, il milieu dei giovani di sinistra, abbiamo infatti ricevuto questa impressione: «O stavi con il Pci oppure eri politicamente sbandato. Dovevi seguire le loro direttive, altrimenti eri fuori dalla corretta visione della politica e della sinistra. Era il Pci il nostro vero “nemico”, mi verrebbe da dire».

Una istruttiva testimonianza, forse, per comprendere quella realtà aldilà di semplificazioni o pura in-conoscenza.
Il caso Peci fa ancora stare male chi ne è stato testimone storico, per la crudeltà inumana del suo svolgersi. Agli occhi del militante, la storia dei terrorismi politici fa stare male e pensare a quello che poteva essere e non è stato, all’ideale sbagliato che si credeva degno, all’ideale giusto per cui è nata una deriva paranoica e disumana. Alle anime perse in una allucinazione. A quello che si poteva fare per fermarsi, un gradino prima dell’allucinazione.
Comprendere, questo è quello che ci serve, oggi. Non per fare le pulci al vissuto spesso tragico delle persone, non per voyeurismo storico, né per retorica politica ad uso e consumo della politica dei giorni nostri.
Comprendere come vuole comprendere uno storico. E chi vive a San Benedetto, oggi, purtroppo o per fortuna, dispone di un punto di vista privilegiato su quegli anni, sulle loro contraddizioni, sulle loro tragedie.
Da una parte la voglia di “rimuovere”, “dimenticare”, e dall’altra la possibilità di attingere, direttamente, alle fonti dirette di quella storia.
Perotti con il suo documentario ha scelto la seconda strada. Il dibattito organizzato sabato ha raccolto la sfida meritoriamente.
Speriamo che continui, questa sfida della comprensione, dello scavare con sudore nelle fonti e con dolore negli animi. Perchè è importante ed illuminante, sul passato, sul futuro, sulla natura umana, sulla natura della politica, sul concetto di ideologia.

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