PESCARA – A pochi giorni dal ciclone giudiziario che ha decapitato con una serie di arresti la dirigenza politica della Regione Abruzzo, gli aspetti dell’inchiesta si delineano nelle oltre 400 pagine di accuse in cui secondo la procura di Pescara era stata costituita una vera e propria associazione a delinquere. Fitta la trama dei rapporti tra politici, dirigenti Asl, imprenditori, banche e società offshore dove si pensa siano stati depositati i milioni di euro delle presunte tangenti.

Da Ottaviano Del Turco al segretario della presidenza della giunta Lamberto Quarta, al consigliere Antonio Boschetti, all’assessore alla Sanità Bernardo Mazzocca, all’amministratore Fira Giancarlo Masciarelli, al direttore dell’agenzia sanitaria Francesco Di Stanislao al medico dirigente del servizio assistenza ospedaliera pubblica e privata Pierluigi Cosenza, al capogruppo regionale del Pd Camillo Cesarone: un intero sistema politico e amministrativo, secondo gli inquirenti, macchiato dagli stessi reati di concussione, corruzione, truffa, associazione a delinquere.

Un castello di intrighi fatto improvvisamente sbriciolare dall’uomo-chiave di tutta l’inchiesta, Vincenzo Angelini, il cosiddetto “re delle cliniche private”, che per anni ha sborsato milioni di euro di tangenti prima all’amministrazione regionale di centrodestra guidata da Giovanni Pace e poi all’attuale di centrosinistra, per il rilascio di crediti alle sue numerose cliniche e in vista di importanti decisioni della giunta regionale in materia di sanità, che cospicui pagamenti avevano certamente il potere di influenzare.

Una fitta rete di rapporti e connivenze che ha permesso a politici e dirigenti di asl pubbliche e cliniche private di costruire una rete di affari personali lucrando sul sistema sanitario regionale. E se Angelini ha pagato per anni tutte le somme richieste, ossia svariate centinaia di migliaia di euro puntualmente consegnate con cadenza mensile o bisettimanale ai vari interessati, la richiesta del parlamentare di Forza Italia Sabatino Aracu, che al telefono pretende una tangente di due milioni di euro costituisce la goccia che fa traboccare il vaso.

Angelini, ormai stufo di pagare tutti, gli risponde «Sabatì vaffa…», e gli chiude il telefono. Da allora comincia a registrare le telefonate sui loschi affari e proprio su quelle registrazioni fatte di nascosto dal re delle cliniche private poggia gran parte delle accuse ipotizzate dal procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi e dai sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli.

La sua collaborazione con la magistratura gli ha evitato il carcere seppure su di lui pesi come per molti altri l’accusa di associazione a delinquere.

«Ad un certo punto mi sono rotto – disse Angelini nell’interrogatorio del 13 aprile scorso – perché mi sono accorto che Del Turco, Quarta e Cesarone erano i miei primi nemici. Questa giunta è quella che mi ha ucciso più di tutti nei trent’anni in cui ho gestito la mia clinica». E racconta delle numerose tangenti pagate, molte delle quali corredate da registrazioni fatte con un microfono nascosto e da fotografie con il cellulare. Come per i 200 mila euro consegnati direttamente a Del Turco nella sua casa di Collelongo, e che furono nascosti tra gli scaffali della libreria. Lo scorso novembre 2007 il re delle cliniche decide di incastrare Del Turco: con il cellulare si fa fotografare mentre consegna la tangente. E’ il suo autista a scattare le immagini e a sottoscrivere questa dichiarazione: «Io sottoscritto S.D. insieme con il dottor Angelini ci siamo recati presso l’abitazione dell’onorevole Ottaviano Del Turco in Collelongo, ove giunti verso le 17 ho fotografato il dottor Angelini, come da foto allegate e controfirmate, prima dentro l’auto, mentre aveva in mano la busta contenente le mazzette di danaro, poi nel tragitto fra l’auto e l’abitazione e infine quando ne è uscito senza la busta. Al suo rientro mi ha mostrato le fascette bancarie delle quattro mazzette che aveva provveduto a riportarsi dietro». E foto e registrazioni proseguono anche per le successive tangenti le numerose perquisizioni non hanno fatto rinvenire le somme denunciate.

«Se vuoi qualcosa devi pagare» aveva detto Lamberto Quarta ad Angelini in uno dei loro incontri. Era questa la legge di Sanitopoli. Milioni di euro per comprare favori e connivenze, per intrecciare rapporti politici ed economici, per aggirare ispezioni e controlli nelle strutture ospedaliere o per “oliare” la macchina burocratica facendo in modo che producesse leggi e regolamenti se non proprio a favore almeno non ostili ai propri interessi personali.

E intanto la Regione Abruzzo è sprofondata in un buco da oltre un miliardo di euro di debiti generati dalla voragine della Sanità. Per far fronte alle spese si è provveduto al ridimensionamento di molte strutture ospedaliere, all’accorpamento o alla chiusura di molti reparti, al taglio drastico del personale, al mancato rinnovo delle strumentazioni sanitarie, al ripristino dei ticket e all’aumento dell’Irpef. Così il malaffare alimentato ai vertici della dirigenza abruzzese lo stanno ora pagando sulla propria pelle i cittadini abruzzesi, che aspettano ore in una sala di pronto soccorso, attendono anche dieci, dodici mesi per una visita o un esame specialistico in una struttura pubblica, si vedono negare un ricovero per mancanza di posti letto o strutture adeguate.

Tagli pesanti nel settore pubblico che però sono stati compensati da un aumento di prestazioni offerte dalle cliniche private. Basti citare un solo dato: nel 2007 a Pescara, nel più grande ospedale della regione, sono spariti 233 tra medici e infermieri, con un taglio alle spese di 3,3 milioni. Sono però aumentati di 600 mila euro le spese per gli straordinari, così come la spesa per ricoveri e prestazioni nelle cliniche private, passata dai 117 milioni del 2006 ai 122 milioni del 2007. Quindi da una parte si è avuto un peggioramento del servizio e le condizioni di lavoro nelle strutture pubbliche, ma dall’altra sono aumentate le spese per i privati e servizi in appalto nelle varie cliniche.

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