ASCOLI PICENO – Molte le discussioni fra i genitori sulle varie bocciature, promozioni o esami di riparazione dei propri figli. A tal proposito, riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera di denuncia scritta da un’insegnante della nostra provincia, sul «“cigolio” di un sistema che molti conoscono ma che nessuno ammette».

«Di ritorno dall’ennesimo scrutinio, il bisogno di sfogarmi attraverso queste poche righe serve a esternare il disgusto e la rabbia di fronte all’inspiegabile atteggiamento di cui sono stata testimone. Sono un’insegnante di scuola secondaria di primo grado, con alle spalle più di dieci anni di servizio.
In questi giorni si stanno svolgendo gli scrutini di fine anno e quelli di ammissione agli esami della classe terza, ma al momento di decidere sulla promozione o meno e sull’ammissione o non ammissione agli esami di licenza media i miei colleghi si schierano per la promozione “tout court” e conseguentemente per l’ammissione agli esami anche di quegli alunni che hanno superato abbondantemente il monte orario di assenze, necessario perché sia reso valido l’anno scolastico.
Naturalmente anche le numerose insufficienze di altri elementi vengono bellamente trascurate come irrilevanti, patteggiando tutti per la promozione “liberatoria” più per i docenti che per gli allievi.
Nessuno vuole avere problemi e di fronte alla mia opposizione, unico voto a sfavore sulla maggioranza, di cui chiedo che venga verbalizzato, mi si accusa di prendermela troppo, aggiungendo che è molto meglio “sbatterli fuori” certi elementi sfaccendati perché tanto non combineranno mai niente di buono.
Di qui la mia voce di pacifica “rivolta” contro un sistema fallimentare a tutti noto ma ignorato per convenienza del proprio ruolo che sembra divenire sempre più complesso verso realtà quotidianamente diversificate.

Un dubbio mi assale: che forse si stia andando verso una politica del “laissez passer” che ha come unica conseguenza quella di soffocare ogni forma di ambizione personale, evitando così di perseguire una qualsivoglia energia in divenire fino all’appiattimento di ogni forma di apprendimento la cui risposta finale è la promozione sempre, non importa con quale risultato.
Sarà l’egoismo o la pura opportunità di molti a farla da padrone, ma quella che si mostra è un’immagine della scuola deviata che premia tutti, più prima che poi.
Inutile rimarrà il tentativo di quegli “impavidi” che lavorano con scienza e giustezza di azioni perché il merito venga premiato e il nullafacente punito; coloro che non si nascondono dietro false morali da inizio anno scolastico, per “mettersi a posto” con la propria coscienza e poi farle confluire nel “calderone” di scelte irresponsabili e diseducative che costringono la più parte dei giovani a ragionamenti o giustificazioni contorte con sé stessi.
Cosa ne sarà di questi futuri uomini e giovani donne, oggi solo genuini virgulti assetati di un avvenire ormai prossimo a cui tutti, a partire dalla scuola, siamo chiamati ad offrire il meglio, così come illustrato nei principi e nei valori da decalogo in bella mostra sui cartelloni delle classi prime.
Dovremmo prendere spunto da quelle regole di comportamento e di vita per interrogare la nostra coscienza su ciò che si è detto e soprattutto fatto, affinché non restino buone solo per riempire le mura scolastiche stanche di promesse disattese.

L’amarezza campeggia ingiustificata dentro di me, ancora incredula su quel che si sta verificando nella scuola alla fine di un anno scolastico, poi mi torna in mente la Costituzione e comincio a ricordare: “Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge…” è così che recita l’articolo 3 della Costituzione; ma le leggi sono dello Stato che ne salvaguarda l’applicazione così come tutela l’istruzione di ogni individuo senza discriminazione.
Eppure c’è qualcosa di malato nel sistema istruzione, qualcosa che fa “cigolare” il meccanismo perfettamente pianificato perché ciascun cittadino possa sentirsi uguale con l’altro.
Penetrando meglio la mia riflessione mi accorgo che la scuola è una società di gerarchie e gli insegnanti ve ne fanno parte, anzi rappresentano l’anello più importante e dinamico della catena.
Il lavoro di un intero anno scolastico è nella professionalità e nell’esperienza di ogni docente che ne cura anche l’aspetto educativo.
Ma che cos’è la buona educazione e come la si può insegnare?
Probabilmente con il “buon esempio” oppure la si può distorcere con il “cattivo esempio”.
Il ruolo dell’insegnante è un mestiere delicato che deve conglobare in un’unica figura numerose peculiarità: da quelle professionali, attinenti alla propria materia, alle caratteristiche psico-pedagogiche ed educative.
A tutte viene data la stessa rilevanza e questo è fagocitato dagli alunni che devono sentirsi stimati, protetti ma anche giudicati per il loro operato sia nozionistico che educativo affinché le parole e le azioni spese durante l’anno vengano mantenute fino a sfociare nel risultato finale così come perseguito.
Valutare non è sempre così semplice e spesso ci si sente coinvolti umanamente di fronte a situazioni “insolite” ma il busillis del contendere sta, a mio avviso, nel non “perdere mai d’occhio” il bene di tutti domandandosi prima, se la scelta operata accresca culturalmente l’alunno e ne migliori l’atteggiamento educativo, senza tuttavia intaccare il bene degli altri componenti della classe.
Io credo che i ragazzi si aspettino dagli insegnanti un grado di imparzialità superiore al loro, ancora in divenire, affinché venga confermato un comportamento inflessibile, con l’umanità che dovrebbe contraddistinguerci pur nelle nostre imperfezioni perché nulla sia regalato per apparire simpatici.
Le mancanze sono di ciascun individuo indistintamente ma ritengo che la politica del “tira ‘a campà” per evitare problemi o per soffocare polemiche non faccia bene a nessuno, salvo forse a se stessi, se non si hanno scrupoli.
Una rigida scelta non significa una scelta inumana per il fatto che non si attirano consensi non tanto dai ragazzi, quanto dai colleghi che vorrebbero fare presto (e bene?!) ogni consiglio o scrutinio, spendendo poche parole e raggruppando sovente la classe in un unico termine “il gruppo” o “la maggioranza” e la “minoranza”.
Ognuno conosce la propria verità ma io vorrei, con questo scritto forse provocatorio, far prevalere la meritocrazia ed il buon senso sopra tutto e sopra tutti, perché la scuola non diventi lo specchio di una società insana che premia tutti, comunque».

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