SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Il Comune non poteva dare l’agibilità al vano ascensore e alle rampe d’accesso al parcheggio sotterraneo del Bricofer, perché la parte catastale che li comprendeva non era completata».
Al processo per la morte del piccolo Alessio Persico, è il turno di un testimone importante: si tratta del geometra comunale che verificò la conformità dell’immobile della Bricofer ai fini del rilascio dell’agibilità.
Coindagato al tempo della tragedia, la sua posizione è stata poi archiviata. Rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo, invece, sette persone fra geometri, amministratori e responsabili della sicurezza dell’immobile.
Ascoltato in veste di testimone, il funzionario comunale ha specificato che la società proprietaria dell’immobile e la società affittuaria che gestisce la catena Bricofer avevano presentato richiesta per la concessione dell’agibilità solo in relazione al parcheggio sotterraneo e al punto vendita del piano terra.
«A luglio, poco prima dell’apertura del Bricofer, verificai come da mio compito la corrispondenza fra i progetti presentati in Comune e lo stato effettivo dei luoghi. Non poteva essere concessa l’agibilità al vano ascensore e alle rampe di accesso al parcheggio sotterraneo perché le strutture non erano completate e quindi non ci era pervenuta richiesta alcuna», ha affermato davanti al giudice Giuliana Filippello e al pubblico ministero Carmine Pirozzoli.
Il geometra comunale si riferisce alle cosiddette parti comuni, ovvero i collegamenti fra il piano interrato e il piano terra.
Il vano ascensore dove è avvenuta la morte del bambino come noto non era ultimato; ultimate e funzionali erano invece le rampe veicolari, usate dai clienti, anche se formalmente facevano parte della stessa parte catastale del vano ascensore.
LE TAVOLE DI LEGNO “SPARITE” Un altro punto importante del processo riguarda le protezioni di legno apposte nel seminterrato sul lato aperto del vano ascensore. E fu proprio scavalcando quella protezione per prendere un pallone che il piccolo Alessio trovò la morte, annegando poi nello spazio di fine corsa del vano, pieno di acqua per un metro e mezzo di altezza.
Davanti alla foto del bancale di legno prelevato dal luogo dopo la tragedia, quattro testimoni affermano di non riconoscere la protezione del vano che hanno visto quando si sono recati nel parcheggio sotterraneo prima dell’apertura della struttura commerciale. A dirlo sono degli operai che hanno svolto dei lavori per conto dei proprietari e dei locatari dell’immobile.
«Quelli che ho visto io erano pannelli alti almeno due metri e mezzo», dice un operaio. Un tecnico degli infissi aggiunge che l’interno del vano non era visibile, durante i suoi sopralluoghi sul posto nell’estate precedente alla tragedia.
Il funzionario comunale e un geometra dei proprietari dell’immobile aggiungono che quelle viste da loro a luglio erano tavole orizzontali inchiodate sulle pareti, e non il bancale di legno sequestrato dagli inquirenti.
Il direttore generale e l’amministratore delegato della Pulcinelli Spa, locataria dell’immobile, hanno poi dichiarato che nel contratto di affitto non era compreso il parcheggio sotterraneo, visto che la licenza commerciale era stata concessa sulla base dei posti auto presenti all’esterno: «Dopo l’inaugurazione non ci risulta che ci fossero dei lavori in corso o delle situazioni di pericolo».
Alla fine dell’udienza, il pm Pirozzoli ha messo in evidenza che comunque il parcheggio interrato veniva usato dai clienti del centro commerciale. Ciò, afferma Pirozzoli, viene confermato dal fatto che nel 2007 i proprietari dell’immobile hanno chiesto ai locatari una compartecipazione sulla spesa per le utenze del sotterraneo.
Il processo continuerà il 16 settembre prossimo, con le arringhe degli avvocati difensori. Dopo pochi giorni, forse, la sentenza di primo grado.

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