MONSAMPOLO DEL TRONTO – Resistenti, lisci e scuri come l’asfalto asciugato dal sole, questa l’idea che generò il termine “mummia”, (dal termine persiano “mumiya” che significa appunto asfalto), quando i primi corpi egizi furono scoperti.
Legate tradizionalmente ad un alone di mistero pari a quello che avvolge questo popolo di cui sono rappresentative, le mummie rinvenute nel piccolo centro piceno, hanno catapultato studiosi e appassionati in un lontano passato, dove fervevano tradizioni e stili di vita oggi quasi dimenticati.
Ecco la grande eccezionalità del caso. Questi corpi di un mondo lontano custodiscono informazioni importanti sulle nostre tradizioni.
Così si spiega lo stupore nel momento della scoperta, come ha ricordato l’archeologa Mara Miritello che ha introdotto la presentazione del progetto “Le mummie di Monsampolo, tra scienza e cultura”, tenutosi nel Convento di San Francesco sabato 14 giugno, spiegando le condizioni di ritrovamento nel 2003. In attesa di un incontro con esperti, solo sei corpi furono lasciati fuori e gli altri riposti nella cripta perché rimanessero nelle condizioni ambientali in cui si erano conservate per secoli.
Nel 2006, il mummiologo Franco Ugo Rollo, ordinario di Antropologia all’Università degli studi di Camerino, iniziò ad interessarsi alle mummie di Monsampolo.
Nell’incontro-presentazione, il professore ha spiegato che secondo una prima osservazione dei processi di mummificazione, sembrerebbe che la maggior parte dei corpi appartengano al tipo “spontaneo”, formatosi cioè secondo processi naturali favoriti dalle condizioni climatiche di caldo-secco della cripta. Presente anche una mummia “antropocentrica”, ossia artificiale, in cui si nota l’apertura dell’addome, fatta probabilmente per l’estrazione degli organi interni. La differenza di trattamento rispecchia una differenza di status sociale nei defunti. Nella cultura antica, infatti, la mummificazione aveva tre finalità: il rafforzamento dell’autorità, tramite la conservazione del corpo custode dell’anima, lo status sociale dell’individuo e del gruppo di appartenenza e il controllo della forza spirituale.
Ritornando all’aspetto culturale, attenzione particolare merita il vestiario. La dottoressa Thessy Schoenholzer Nichols, docente di Storia del Costume del Polimoda di Firenze, ha mostrato le immagini dei particolari degli abiti focalizzando l’attenzione sui materiali, tutti naturali dunque provenienti dalla tessitura di lino e canapa coltivati nel territorio e sulla raffinata lavorazione dei merletti di decoro. Un camicia con merletto databile fine ‘500, abbinata ad una abito povero nella linea e nel materiale, ha colpito la sua attenzione: «Raramente ho visto una camicia di tale bellezza e una lavorazione dei merletti tanto raffinata» ha affermato la dottoressa Schoenholzer.

In tutti gli abiti sono stati osservati elementi tipici di diversi periodi, il che permetterà di ricostruire l’evoluzione dei diversi stili di lavorazione adottati dagli artigiani. Il fine dello studio sarà il restauro (operato dal laboratorio per il restauro regionale di Ancona) e la ridisposizione tridimensionale dei capi tramite ricostruzione visibile delle parti mancanti.
Questo studio si inserisce nel progetto regionale, illustrato dalla restauratrice di tessuti Valeria David, di costituire una banca dati dei tessuti che testimoni la produzione in loco delle fibre naturali, così come le arti di ricamo ed intaglio tipiche della nostra zona. Il progetto sarà fruibile in rete e visitando il laboratorio.
Come ha dichiarato la professoressa Olimpia Gobbi, assessore alla Cultura della Provincia di Ascoli Piceno, questa è un’occasione di crescita unica per la provincia che ha l’occasione di documentare la propria cultura spirituale, con lo studio delle ritualità legate alla sepoltura, e la cultura materiale, attraverso la ricostruzione della produzione tessile.

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