dal settimanale Riviera Oggi Estate del 13 giugno 2008*

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sono passati molti anni eppure il signor Harry Shindler, pardon mister Shindler, sembra proprio non avvertirne il peso.
Lo incontriamo nella sua abitazione, all’ultimo piano di un condominio di Porto d’Ascoli, in una casa che è anche luogo di lavoro: vedremo perchè.
Ci saluta con il suo accento marcatamente inglese e ci fa accomodare in sala, una piccola stanza piena di libri disposti ordinatamente. Su una scrivania al centro della sala ci sono molti fogli e alcune fotografie, vicino alla scrivania c’è una vecchia Olivetti grigia, una macchina da scrivere di quelle che non fanno più, con cui mister Shindler ha scritto la sua ultima fatica, il libro “Roma ricorda i suoi liberatori” (edizioni Librati).
Harry Shindler è un anziano signore nato a Londra il 17 luglio di tanti anni fa. Dal 1982 si è trasferito in Italia e da qualche anno, da quando è morta sua moglie, la signora Ida, è venuto ad abitare da solo in questo appartamento a Porto d’Ascoli, prima usato per la villeggiatura estiva.
Ha fatto la guerra, la Seconda Guerra Mondiale; da protagonista nel più profondo sonno della ragione umana, ha imbracciato fucili, ha sparato e ha visto sparare e colpire. Mister Shindler è uno degli ultimi reduci di quegli anni Quaranta che hanno assaporato il più raccapricciante orrore e che non hanno saputo dimenticare.
Il suo libro non è solo la testimonianza di quella vergognosa carneficina, è ben altro: le pagine scritte da Shindler raccontano anche un’altra battaglia, quella iniziata nel luglio del 2002 con una lettera scritta a nome dell’associazione di veterani Italy Star Association 1943-1945 e inviata all’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, in cui veniva chiesto di erigere a piazza Venezia un monumento per celebrare la liberazione, a ricordo dell’ingresso delle truppe alleate, «che non sono state solo quelle americane – ci spiega Schindler – è un errore questo. Alla Liberazione hanno partecipato italiani, inglesi, polacchi, brasiliani, canadesi. Tutti hanno fatto la loro parte».
In pochi minuti iniziano a riaffiorare vecchi ricordi di guerra: «Sono stato sei anni nell’esercito inglese, ho partecipato allo sbarco di Anzio e alla liberazione di Roma nel giugno del 1944. Ad Anzio il generale americano Lucas fece l’errore di volersi dirigere ad ogni costo a Roma, per la sua brama di successo, un errore che costò la vita a molte persone».
Shindler racconta tutto, inframmezzando ricordi dolorosi a momenti meno amari vissuti durante quegli anni neri. «Quando siamo arrivati a Roma c’era tanta fame, ma molti romani ci hanno aiutato, proprio brava gente, molto coraggiosa».
I ricordi si spostano dal Lazio alle Marche, dove nel 1945 ha stazionato per un po’ ad Amandola insieme ai suoi compagni.
«Lì stavamo bene perché era inverno e nevicava sempre, allora non potevamo uscire e passavamo le giornate dormendo e mangiando. Un giorno però il tempo era migliorato e allora abbiamo deciso di fare un giro fuori dal paese. Siamo partiti con un piccolo camion e siamo arrivati ad Ascoli. Lì siamo entrati in un bar pieno di specchi, era il Caffè Meletti».
«A volte io e altri compagni facevamo l’autostop e andavamo a San Benedetto. Non c’era niente, solo due alberghi: l’Arlecchino e il Progresso».
Nelle Marche Harry Shindler ha conosciuto quella che poi è diventata sua moglie, la signora Ida.
«Ci siamo sposati in Italia e poi siamo andati a vivere in Inghilterra, dove ho lavorato nella gestione per una catena di pub londinesi. Abbiamo avuto un figlio, Maurizio, e nel 1982 siamo tornati in Italia».
Da qui la lunga battaglia, terminata solo il 4 giugno 2006 con l’edificazione del monumento che celebra la Liberazione e che si trova a piazza Venezia.
«Ho portato avanti questa battaglia perché a Roma non c’era un monumento per gli eroi della Liberazione, mentre c’è anche nel paesino italiano più piccolo. C’era solo un pezzo di marmo per terra a ricordare il 50º anniversario della Liberazione. Per vincere questa battaglia ho impiegato 4 anni».
A questa vittoria è seguito il libro, che ora sta riscrivendo anche in lingua inglese, e il suo attivismo nel prestare un aiuto concreto a chi vuole sapere dov’è morto o dov’è stato seppellito un caro durante la guerra. Recentemente Schindler ha contattato anche la Romagna Air Finders, un gruppo di ricerca e recuperi storico umanitari, per riuscire a trovare un aeroplano scomparso durante la guerra.
E lo ha individuato, con piglio da detective, nei fondali del lago di Bolsena. Ma le autorità inglesi hanno poi deciso di non recuperarlo.
Insomma, mister Shindler è sempre al lavoro. La passione è la sua forza: «Ho ancora tante cose da fare e tante battaglie da vincere».

* Shindler, il 18 giugno, ha offerto la sua testimonianza durante la prima edizione del Festival della Pace, organizzato dal Comune di San Benedetto per celebrare l’anniversario della Liberazione della città durante la Seconda Guerra Mondiale

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