SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Consorte: «Ciao Piero, sono Gianni». Fassino: «Allora? Siamo padroni della banca?». Consorte: «È chiusa. Sì». Tratta dall’intercettazione della telefonata tra il segretario dei Ds Piero Fassino e il “furbetto del quartierino” Giovanni Consorte che guidava la scalata delle Unipol alla Bnl, nell’estate 2005 (clicca qui per leggerla integralmente).

Berlusconi: «Io sono veramente dilaniato dalle richieste di coso… gli puoi fare una chiamata? La Elena Russo; e poi la Evelina Manna… perché io sono veramente dilaniato dalle richieste di coso… ti spiego che cos’è questa qui… io sto cercando di avere… la maggioranza in Senato… questa Evelina Manna può essere… perché mi è stata richiesta da qualcuno… con cui sto trattando… io sto lavorando all’operazione libertaggio… l’ho chiamata così, va bene?…». Saccà: «Presidente, lei è la persona più civile, più corretta… capito tutto… la chiamo, e poi quando ci rivediamo le riferisco… oh… metta le mani però su ‘sta maggioranza (del CdA della Rai, ndr) perché io ho rischiato tanto per avere la maggioranza in consiglio». Dalla telefonata tra il direttore generale della Rai Agostino Saccà e il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi, il 21 giugno 2007 (clicca qui).
Due telefonate che, in condizioni normali, sarebbero costate le dimissioni di Fassino e la sua mancata ricandidatura nelle due successive legislature; mentre Berlusconi, ovviamente, non sarebbe l’attuale presidente del Consiglio. Due telefonate, intercettate dalle indagini dei magistrati, divulgate successivamente a mezzo stampa senza che i giornalisti abbiano commesso alcun reato. Due telefonate che scegliamo come emblema bipartisan, e come punta dell’iceberg del buon costume (si fa per dire) italiano. Fassino, nato sotto la Falce e Martello, che appoggia oscure scalate finanziarie; Berlusconi, alfiere (a parole) del libero mercato, che raccomanda due post-veline al presidente della Rai, per attuare l’operazione libertaggio: culi e tette in cambio di senatori del traballante governo Prodi.

Eppure. Eppure adesso, con il beneplacito del Capo dello Stato (come è possibile?) e anche di molta parte della stampa, che pure ha divulgato in passato chilometri di intercettazioni (anche quando non utili), si parla di limitare la possibilità, per i magistrati, di ricorrere a questo strumento, e per i giornalisti di pubblicarlo. Con il Pdl che, naturalmente, fa il lavoro sporco di portare in Parlamento e far approvare una legge che, addirittura, promette fino a cinque anni di carcere per il giornalista che fa il suo lavoro, e con il Pd-meno-elle che cerca difficili equilibrismi tra una facciata iperlegalitaria e l’ovvia contentezza di trovare i telefoni liberi da intrusioni, sia che si chiami la propria moglie, sia che lo si faccia per concludere un affare di dubbia moralità (azzeccatissima la vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere: Veltroni fa il governo ombra a Berlusconi; ma lo stesso Veltroni fa l’opposizione ombra a Di Pietro, l’unico che si esprime chiaramente nella minoranza).

La Casta difende se stessa, s’arrocca e rischia di gettare nel più noioso conformismo l’intero sistema comunicativo italiano, già mal ridotto per ovvie ragioni. E di stroncare le indagini dei magistrati… per i reati al di sotto dei dieci anni (l’ultima boutade: ma come si fa a sapere se un reato è di mafia o di, mettiamo violenza sessuale o corruzione, se non si ha neanche la possibilità di intercettare?).
Si spera che, per una volta, gli italiani – di destra, centro, sinistra… – sappiano far sentire ai propri rappresentanti l’orrore di una simile decisione.

Per chi voglia (doverosamente) approfondire, rimandiamo agli interventi sul tema di Marco Travaglio (clicca qui il suo “Prove tecniche di fascismo”) e di Antonio Tabucchi (ad Anno Zero, clicca qui).
Meno male che esiste internet, meno male che hanno inventato You Tube.

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