SAN BENEDETTO DEL TRONTO – * Imprenditore ittico
La goccia che ha fatto traboccare il vaso e scatenato le dimostrazione dei pescatori europei è stata la richiesta dei Commissari europei al governo francese di recuperare, anche forzatamente, oltre 63 milioni di euro che sono stati elargiti ai pescatori francesi quale contribuzione per l’anno 2006 all’incremento del prezzo del gasolio.

Il governo francese stava per erogare anche un analogo contributo per l’anno 2007 ma è stato immediatamente bloccato dalle procedure di infrazione quale aiuto di stato non dovuto e vietato in ambito UE.

Quindi una situazione già fortemente critica è esplosa nella sua protesta cogliendo di sorpresa chi per anni ha fatto orecchie da mercante su questa problematica nonostante ripetuti segnali di disagio della categoria.

Categoria che è passata, in Italia, nel giro di pochi anni da 42.000 a meno di 30.000 addetti e con una propensione di almeno il 20% in età pensionabile ed un turn-over generazionale praticamente azzerato.

La pesca italiana oggi si regge solo ed esclusivamente grazie alla forza-lavoro degli extracomunitari con una forte perdita di capiservizio non sostituibili nel breve e medio periodo.

Una categoria destinata naturalmente al collasso ed alla estinzione se non interverranno fattori di inversione di tendenza atti a ricreare le condizioni di sviluppo.

Il problema del gasolio, se risolto, rappresenta solo un palliativo in un sistema fortemente compromesso che necessita di interventi radicali quali, per esempio, la soluzione del mare comune con la Croazia, il Montenegro e l’ Albania con la fissazione di quote di pesca e dello sforzo di pesca (che senso ha demolire i nostri pescherecci quando gli altri ne costruiscono continuamente di nuovi?), la difesa delle specie ittiche oggi fortemente in gap generazionale, la formazione di una nuova mentalità di sostenibilità della risorsa nei nostri pescatori, il loro sganciamento dalle procedure ottocentesche di imbarco e la loro totale parificazione ai lavoratori di terra in termine di sicurezza del lavoro e riconoscimento professionale, l’avvio dell’ utilizzo di reti sempre più selettive abbinate a forme di ammortizzatori sociali e sostegno finanziario delle imprese di pesca, la rivalutazione delle attività della pesca e della gestione della fascia costiera, la valorizzazione del pescato con l’ausilio delle industrie di trasformazione dello stesso, la creazione di una governance capace e competente in grado di centralizzare e guidare il cambiamento.

Il settore necessita di una nuova politica di ottimismo e di positività perché ha tutte le carte in regola per potersi risollevare.

I nostri mari potrebbero tornare ad essere pescosi nel breve volgere di pochi anni ed il pesce potrebbe essere pescato con un minore impatto sull’ecosistema marino e soprattutto con motori di minore potenza o addirittura alimentati ad idrogeno, con un enorme risparmio energetico.

La valorizzazione delle nostre città marinare passano obbligatoriamente nel nuovo corso da dare alla pesca anche per evitare che la crisi attuale si trascini con se anche segmenti importanti quali la ristorazione ed il turismo.

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