SAN BENEDETTO DEL TRONTO – I pescatori non ci stanno e rispondono alle critiche di chi li invita a mettersi una mano sulla coscienza e fermare il loro sciopero contro il carogasolio, che starebbe mettendo in crisi l’indotto, soprattutto la ristorazione, anche se poi il pesce, almeno quello surgelato (e in parte quello fresco), non scarseggia grazie all’importazione.
Sembra che alcuni commercianti all’ingrosso abbiano cominciato a fare la voce grossa, minacciando di non comprare più il pesce dalle barche che approdano a pochi metri da loro, una volta concluso lo sciopero.
«Ultimamente guadagniamo 500 euro al mese, 600 se va bene, come si fa a campare così», dice un giovane marittimo di Martinsicuro. «Le banche cominciano a chiudere i rubinetti, se abbiamo ricevuto l’ultimo stipendio è perchè i nostri armatori lo hanno messo di tasca loro, visto che se dovevano darci solamente la nostra parte di dividendo avrebbero dovuto darci un assegno vergognoso, appena 200 euro», aggiunge un altro.
«Non è una guerra fra armatori e marinai, stiamo nella stessa barca (anche metaforicamente, ndr), qui si va tutti in mezzo di strada. Il fermo biologico raddoppiato a due mesi? Può essere una boccata di ossigeno per noi, ma quando si ricomincia ad andare in mare il prezzo del gasolio sarà aumentato».
Quegli 80 centesimi al litro stroncano delle imprese di pesca che consumano fra i 1500 e i 2200 litri di carburante al giorno; il carogasolio, in questa categoria, va a mangiarsi il 50% dei ricavi di un’imbarcazione.
E poi c’è il problema della concorrenza dell’altra parte dell’adriatico, in questo caso soprattutto Grecia e Croazia.
«Loro pescano 30 giorni su 30, non fanno il fermo biologico, pagano molto meno il personale, e poi hanno un mare meno sfruttato del nostro. Stanno come stavamo noi in Italia 50 anni fa».
IL FRONTE DELLE TRATTATIVE Intanto le associazioni di categoria continuano il dialogo a livello nazionale con le istituzioni. Martedì 10 due audizioni in Commissione Agricoltura della Camera e alle ore 15,00 in Commissione Agricoltura del Senato. Giorno 11 incontro con il ministro Zaia.
In una nota, la direzione nazionale di Federpesca dice di aver avanzato tra le varie proposte, oltre al regime “de minimis” e alla cassa integrazione, quella di un fermo volontario da ora a fine luglio per permettere a chi lo vuole di ritirarsi. Il costo dell’operazione, a carico del Fep (fondo europeo della pesca) sarebbe di 40 milioni di euro.

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