dal settimanale Riviera Oggi n° 729

OFFIDA – «Per far vivere un teatro-gioiello come il Serpente Aureo servono idee e fondi, altrimenti è impossibile»: Franca Falcioni, presidente dell’associazione culturale Serpente Aureo e direttrice del teatro dal 2001, spiega i motivi che potrebbero portare alla chiusura. «Dopo la riapertura nel 2001, seguita ai 12 anni di chiusura precedenti e costata quattro miliardi di lire, e una intera generazione offidana che non ha frequentato il teatro, non fu facile ripartire e, con il Comune di Offida, pensammo di stimolare l’affluenza dei giovani, proponendo appuntamenti di qualità e abbassando i prezzi per gli studenti e le loro famiglie. I giovani sono arrivati, ma non numerosi come ci si attendeva».

Per quale motivo?

«Questo può essere dovuto all’abitudine di frequentare il teatro solo se vengono presentati nomi di richiamo, ma in questo caso sono necessarie somme che il Serpente Aureo non si può permettere».

Di cosa si occupa l’associazione teatrale Serpente Aureo?

«È un associazione di volontariato che ha riaperto il teatro per portare un nuovo interesse intorno alla cultura: abbiamo fatto degli allestimenti, i cantanti hanno preparato qui le loro tournè, sono stati effettuati master con i musicisti della Scala, volevamo insomma far diventare il Serpente Aureo un centro culturale sempre aperto, il tutto si è bloccato».

Per quale motivo?

«Il problema sono i costi elevati. Inizialmente c’erano i finanziamenti da parte del Comune, della Provincia e della Regione, poi hanno tagliato i fondi e sono iniziati i problemi. Gli sponsor sono un piccolo aiuto, non risolvono la situazione».

Cosa si dovrebbe fare?

«I piccoli teatri-gioiello come il Serpente Aureo rappresentano la nostra storia, il nostro patrimonio artistico e come tali vanno protetti. Per risollevare le sorti del teatro in genere si dovrebbe, ad esempio, creare un fondo pubblico per il teatro, o fornire particolari agevolazioni alle associazioni culturali: oggi occuparsi di teatro è troppo costoso, c’è un sistema che rende impossibile investire nella cultura».

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