dal settimanale Riviera Oggi numero 728

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In occasione del centenario della creazione del porto, incontriamo lo storico Gabriele Cavezzi, presidente dell’Istituto di Ricerca delle Fonti per la Storia della Civiltà Marinara Picena e direttore della rivista Cimbas, che ci racconta l’evoluzione del territorio che dalle colline interne e in particolare dal colle del vecchio incasato si sviluppa creando una strada, una via d’accesso, verso le acque dell’Adriatico e verso un’economia nuova.

I sambenedettesi escono dalle mura del castello per coltivare, pescare e costruire, favoriti dalla pace, dalla fine delle epidemie, dall’afflusso di masse di terra sulla costa come causa del disboscamento e delle frane. Sono i primordi dell’incontro con il mare e della nascita della vita marinara che è diventata l’icona della città.

[Nella sezione Media Center e a destra di questo articolo, i video integrali dell’intervento di Cavezzi presso la redazione di Riviera Oggi, che saranno pubblicati a puntate. Si ringrazia il Circolo dei Sambenedettesi per la gentile collaborazione offertaci. Prossimamente pubblicheremo anche gli interventi in video del professor Ugo Marinangeli, sempre sull’evoluzione del porto e dell’economia peschereccia sambenedettese]

Come avviene il primo contatto dei sambenedettesi con il mare?
«Il rapporto di San Benedetto con il mare è inesistente fino a buona parte del sedicesimo secolo, non essendoci lembo di terra sotto la falda collinare su cui sorgeva la città. Alla fine del 1400 si decide di distruggere il castello e ricostruirlo altrove a causa di un’epidemia dovuta alla formazione di una zona paludosa alle foci dell’Albula. Le operazioni di smantellamento vengono ostacolate da conflitti con la zona a sud (Ascoli e Regno di Napoli) e si ripiega sul rafforzamento.
Nel frattempo la formazione di una cuspide deltizia alla foce dell’Albula diventa sempre più evidente, si generano così nuovi spazi costieri, derivati dall’accumulo di apporti fluviali. I torrenti che defluiscono verso il mare scavano i contrafforti collinari e c’è una generale operazione di disboscamento. Il territorio subisce un’importante modifica morfologica, le aree ricavate e gli spazi generati dai detriti vengono messi a coltura.
Alla fine del ‘500, nell’attuale piazza Fileni, fu costruito un mulino ad acqua che funzionava grazie ad un corso parallelo all’Albula: il Vallato del Mulino. Tale corso permetteva anche di irrigare le coltivazioni in modo meno invasivo rispetto al torrente più grande.
Negli anni la pacificazione del territorio e la possibilità di coltivare e vivere in uno spazio costiero che allargava gli orizzonti, porta ad un aumento dell’antropizzazione: il XV secolo vede l’esodo delle popolazioni sclavone ed albanesi che occupano le terre. S’inizia a risiedere fuori dalle mura del castello».

Il popolo sambenedettese dunque si affacciò verso un nuovo orizzonte e una nuova vita. Cosa lo spinge a un cambiamento così radicale?
«Sono due i motivi che spingono i cittadini a lasciare la fortezza. Uno commerciale, per la coltivazione della terra, e l’altro legato alla pesca. San Benedetto ha una posizione privilegiata in quanto fino a Giulianova non esiste attività peschereccia, il regno di Napoli ha una restrizione che impedisce di vivere sulle coste, senza contare il mercato di Ascoli che, a differenza di Fermo che conta numerosi porti, è privo di barche. Le prime costruzioni in territorio costiero sono una chiesetta e un magazzino e la prima via che scende dal Paese Alto verso il mare si chiama via dei Pescivendoli (attuale via XX Settembre). La città inizia così la sua crescita, a metà ‘700 si costruiscono le prime paranze e la flottiglia si ingrandisce. Le attività sul mare e i mestieri succedanei evolvono nei cantieri per la costruzione delle barche, negli spazi conquistati con il ritirarsi del mare ed utilizzati per filare gli spaghi e le funi, nelle case dove le donne realizzano reti e tessono stoffe per le vele. Da qui si parte per commerciare quei prodotti, ma soprattutto il pesce, giungendo con i carretti sino nell’Umbria, in Lazio, in Abruzzo. San Benedetto diventa il primo centro peschereccio dopo Chioggia.
Alla fine dell’800 giungono sentori della pesca a motore, ma un’altra forma di progresso mette in crisi il mercato: la costruzione della ferrovia.
I binari spaccano la costa impedendo il facile accesso ai cantieri e ai mercati e l’idea della costruzione del porto diventa una necessità».
intervista raccolta da Emily Forlini

servizi video a cura di Oliver Panichi

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