SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’atmosfera è tesa al porto, in un momento di grande agitazione per le marinerie italiane, francesi, spagnole, portoghesi e croate. Il caro gasolio e la grossa crisi economica del settore pesca sfociano in manifestazioni e scioperi anche qui, nel porto peschereccio per eccellenza delle Marche, dove sono stati puntati anche i riflettori del Tg5.
Per ridurre i costi e strappare prezzi migliori per il pescato, da qualche tempo le marinerie marchigiane concentrano l’attività nei primi tre giorni della settimana. Un giorno in meno rispetto alla consuetudine, dunque. E ora si nomina quella parolina, “oltranza”, che fa paura e che può mettere in moto le istituzioni.
Se non i vietatissimi (dall’Unione Europea) aiuti di Stato, quello che i Governi possono fare è mettere in campo ammortizzatori sociali per armatori e imbarcati, un raddoppio dei fondi europei per i periodi di fermo biologico, misure fiscali e previdenziali. E forse ricerca tecnologica per ridurre a lungo termine la dipendenza dal gasolio.
I prossimi appuntamenti sono l’assemblea nazionale di Civitavecchia sabato, e poi l’incontro di mercoledì a Bruxelles fra il commissario europeo alla Pesca Joe Borg e i rappresentanti dei paesi toccati dalla protesta. Probabilmente sarà presente anche una delegazione sambenedettese e martinsicurese.
Sempre il 4 giugno, Federcopesca, Lega Pesca, FederPesca e Agci Pesca saranno ascoltati a Roma dalla commissione Agricoltura del Senato.
Nel frattempo, lunedì non si va in mare. E martedì, mercoledì, i giorni seguenti? Al porto il refrain è “oltranza”.
Settantacinque centesimi di euro al litro, questo il prezzo killer che mette in ginocchio una categoria di lavoratori legata a doppio filo con settori come l’autotrasporto (il movimento delle quantità di pescato ha quote importanti nel settore), la ristorazione, il turismo, oltre che il consumo alimentare. Una risorsa di posti di lavoro, inoltre.
Al porto di San Benedetto, venerdì mattina, i portavoce della protesta erano Antonio Grossi (Federpesca) e Umberto Cosignani (cooperativa Progresso).
«Il gasolio non è l’unica voce di costo che ci mette in crisi – dice Grossi – ma è il motivo scatenante della protesta. Come si fa a pagare mutui, a fare investimenti, a pagare gli equipaggi, se poi il prezzo del gasolio raddoppia nel giro di un anno? Un peschereccio consuma in media dai 1500 ai 2000 litri al giorno. Alla fine dei conti, chi lavora in mare si spacca la schiena per pochi euro. I politici questo lo sanno, o pensano che sott’acqua si trova l’oro?».
«Abbiamo provato ad andare in mare tre giorni, vedere se con meno spese si poteva prendere le stesse quantità di pescato, ma i conti non tornano lo stesso. E i prezzi all’ingrosso calano sempre di più anche per colpa dell’importazione».
Cossignani snocciola queste cifre: «Se fino a due anni fa il costo del gasolio raggiungeva il 50% dei ricavi lordi di un’imbarcazione, ora siamo arrivati al 70%. Non cerchiamo agevolazioni per arricchirci, anche risolvendo il problema del gasolio riusciremmo appena a sopravvivere».
Ma dai discorsi di molti pescatori e armatori, anche giovani, traspare l’orgoglio per una tradizione familiare che si vuole mantenere e portare avanti fra le difficoltà.

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