SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sono dodici i testimoni che hanno deposto giovedì mattina nel processo per la morte di Alessio Persico. E sono sette gli imputati di omicidio colposo per la tragedia di quel bimbo di cinque anni che il 3 ottobre del 2005 annegò all’interno di un vano ascensore in costruzione, pieno di acqua piovana, nel parcheggio seminterrato del Bricofer di via Pasubio. Un vano delimitato da un pianale di legno fissato in verticale, dietro al quale si apriva un pozzo per la fine corsa di quell’ascensore che sarebbe dovuto essere montato in seguito; uno spazio profondo un metro e cinquanta, pieno di una colonna di acqua fredda alta un metro e trenta, 25 centimetri più alta della statura del bambino. Un pozzo che, come emerso in udienza, era coperto da un pannello orizzontale fino a un mese prima della tragedia.

Giovedì mattina il giudice monocratico Giuliana Filippello e i legali delle parti hanno ascoltato le deposizioni di dodici persone fra poliziotti, tecnici dell’Asur, vigili del fuoco, operai, dipendenti dell’attività commerciale: il primo a deporre è stato Antonio Italiani, il sovrintendente di Polizia che durante la ricerca del bimbo smarrito dalla madre ebbe l’idea di far aspirare l’acqua stagna contenuta nel fondo di fine corsa del vano ascensore.
Quell’operazione eseguita dai Vigili del Fuoco concluse tragicamente le ricerche del piccolo Alessio, allontanatosi dalla madre che faceva spesa nel negozio al piano superiore. Il bimbo scese le scale esterne al Bricofer dirigendosi verso il parcheggio seminterrato, si sporse dal pianale e vide un pallone nel vano. Credendo si trattasse di una superficie solida, scavalcò sprofondando nell’acqua.
«Invito gli avvocati a non spostare l’attenzione del processo penale sulla mamma del bimbo, perché ciò non toglie e non aggiunge nulla alle imputazioni qui contestate», ha affermato il giudice Filippello dopo che il legale della ditta proprietaria del Bricofer ha chiesto l’acquisizione dei video a circuito chiuso. Il legale di parte civile Mauro Gionni ha ribadito che in base alla giurisprudenza non avrebbe rilievo penale cosa stesse facendo la madre mentre il piccolo si allontanava.
E’ facilmente intuibile che il nucleo del processo verte sulla sicurezza di quel vano ascensore, posto in un luogo frequentato da clienti e operai.
Dalle varie deposizioni è emerso un dato: lungo le scale e di fronte al vano non ci sarebbero state segnalazioni di pericolo, e il parcheggio era usato da clienti e dipendenti.
Dagli atti processuali inoltre è emerso che il pianale che fungeva da parapetto sarebbe stato alto solo 95 centimetri, contro il metro previsto dalle norme.
Sono stati citati i dati pluviometrici acquisiti al tempo della tragedia: sulla base del computo delle precipitazioni atmosferiche e del volume di acqua presente, è emerso che quella massa di liquido nel vano ascensore non sarebbe stata aspirata da almeno tre mesi.
Testimonianze in tal senso anche da parte di una donna monteprandonese, che un mese prima del fatto richiamata da suo figlio notò un pallone in fondo al pozzo. «Sembrava che nel fondo ci fosse del cemento, insieme a detriti vari», conferma la donna, come altri testimoni.
Il 23 giugno prossimo è prevista l’audizione di altri testimoni davanti al giudice Filippello e al pubblico ministero Carmine Pirozzoli. Devono rispondere dell’accusa di omicidio colposo il titolare e il geometra dell’impresa che eseguì i lavori, il direttore dei lavori nominato dalla società proprietaria dell’immobile, l’amministratore di questa, il responsabile della sicurezza del cantiere, l’amministratore delegato e il geometra della società proprietaria del Bricofer.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 1.741 volte, 1 oggi)