SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Lo spunto per parlare della presenza dilagante e potenzialmente dannosa dell’amianto nell’edilizia marchigiana viene dall’inizio della rimozione del tetto in cemento eternit nel Mercato ittico al dettaglio presso il porto, iniziata lunedì mattina. Una rimozione decisa dal Comune dopo i sopralluoghi dei Nas nei mesi scorsi.
Eliano Marangoni è un ex tecnico di prevenzione dell’Asur e oggi svolge attività di consulenza a Porto Recanati: è il responsabile tecnico del cantiere.
«Quello dell’amianto nell’edilizia è un tema complesso, da affrontare con realismo e informazione. No agli allarmismi ingiustificati, si alla prevenzione». Le Marche da questo punto di vista hanno molto in comune con il Nord Italia. Una presenza massiccia, spesso poco visibile, di eternit a matrice compatta, il meno pericoloso, e una presenza via via in diminuzione di eternit a matrice friabile, il più pericoloso e il meno visibile. Ricordate lo scandalo dei treni all’amianto? Quel tipo di materiale era anche a bordo delle navi, nelle tubazioni delle caldaie, nei cementifici, “spruzzato” su altri supporti per renderli termoresistenti.
L’eternit compatto, pericoloso se danneggiato (le fibre rilasciate nell’aria sono nocive solo se inalate), imperversa tuttora nelle strutture industriali, nei tetti degli edifici di civile abitazione, in decine di migliaia di canne fumarie; persino sui pavimenti di ospedale e scuole sotto forma di vinil-amianto.
Nel 2002 venne fatto un censimento regionale. Questionari indirizzati a tutti i detentori di partita Iva, imprese, enti locali. Dati resi pubblici dall’Arpam solo tre mesi fa, approssimabili per difetto: «Va aggiunto un buon 30% a quelle cifre», dice Marangoni.
E dal 2002, con una flemma francamente opinabile, si attende il questionario per i condomini e le abitazioni private, che dovrebbe partire a breve. «In sostanza viene chiesto al cittadino se è a conoscenza della presenza di eternit nel proprio immobile. Ma il problema di fondo è economico. Rimuovere, incapsulare, smaltire le lastre di eternit costa molto».
Da una parte ci sono gli alti costi per la qualificazione professionale di chi lavora oggi sull’eternit (corsi, materiali protettivi, smaltimento nelle poche discariche o in Germania nei termovalorizzatori inertizzanti), dall’altra il rischio che questi oneri inducano i privati meno scrupolosi a disfarsi dell’eternit in modo fai-da-te, abusivo.
In mezzo c’è quella che forse è la migliore strategia possibile per il governo del rischio. «Lo Stato deve concedere incentivi economici per lo smaltimento di questi materiali, o almeno per l’incapsulamento senza rimozione».
E poi una mentalità nuova per lo smaltimento: trattamenti inertizzanti che riciclano l’eternit per realizzare massicciate stradali, invece che il conferimento in discarica.
Nelle Marche l’unico luogo di conferimento è a Maiolati Spontini; 42 sono le imprese abilitate per l’eternit compatto, otto per quello friabile.
La via da seguire per i cittadini che individuano potenziali situazioni a rischio è la segnalazione scritta all’Asur più vicina; i tecnici di Igiene e Prevenzione faranno sopralluoghi, i Comuni poi ordinano la rimozione al privato se ci sono pericoli di fibre di amianto nell’aria.
Lasciamo Marangoni con il nodo in gola, perché l’ultimo argomento affrontato è inquietante. Le malattie da amianto (asbestosi, mesoteliomi pleurici) hanno tempi di incubazione lunghissimi. Si arriva anche a 40 anni: considerando che la “moratoria” sull’eternit è iniziata nel 1994, questa è la previsione scientificamente più attendibile: «Nel giro di qualche anno dovremmo avere il picco di vittime dell’amianto».
E allora diventa ancora più importante l’informazione: convegni, seminari, per far capire cosa dicono le leggi in materia e diffondere conoscenza.

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