Da Riviera Oggi n. 724

MONTEPRANDONE – «Perché il Comune di Monteprandone si rifiuta di espropriare ai privati e decide di costruire in una zona a rischio frana?» si chiede il proprietario della palazzina ubicata in via Miramare che ha presentato insieme ad altri diciassette residenti il ricorso al Tar Marche contro la realizzazione di case popolari nella zona compresa tra via Fontevecchia e via Miramare.

I ricorrenti non si spiegano come mai una zona verde, utilizzata in occasione delle manifestazioni estive, venga indicata come luogo ideale per realizzare un piano di edilizia economica e popolare: «Una delibera del 2003 – spiega uno di loro – individua altri cinque comparti disponibili per la costruzione, in zone meglio servite e più sicure, che non rischiano di sfaldarsi portando dietro un intero quartiere. L’amministrazione però sembra non voler ascoltare le nostre legittime richieste. Dalla nostra parte abbiamo anche la legge del 1971 sull’edilizia pubblica residenziale: le zone Peep devono essere localizzate in aree libere ed edificabili per il Piano regolatore, e Monteprandone ne ha molte. Per aree libere si intendono quelle zone non ancora edificate, che appartengono ai privati, ma che in base a questa legge il Comune sarebbe obbligato a espropriare se vuole realizzare delle case popolari».

I residenti, tutelati nel ricorso amministrativo dall’avvocato fermano Paolo Bartolomei, puntano il dito contro il dissesto idrogeologico che causerebbe uno slittamento del terreno provocando lesioni a diversi edifici di via Miramare: «Nel sottosuolo scorre una falda acquifera la cui esistenza è testimoniata oltre che dalla pompa sommersa che espelle acqua da oltre venti anni, dalla presenza del fosso Fontevecchia, una risorsa idrica vincolata e tutelata, che scorre proprio nell’area destinata ad accogliere le nuove case».

Continua così uno dei residenti: «Tutto questo dovrebbe essere sufficiente per sconsigliare un’ulteriore urbanizzazione della zona, il rischio è che le nostre case crollino. Il terreno dove si vuole costruire doveva essere adibito a verde pubblico, dovevano piantarci degli alberi che avrebbero ostacolato lo slittamento del terreno».

Ma le lesioni in alcuni edifici della zona sono da imputare all’approssimazione di qualche costruttore o al dissesto idrogeologico? Il nostro interlocutore è sicuro nel rispondere: «Le nostre case hanno grosse ed evidenti lesioni, ma il problema non è determinato da una cattiva costruzione, come spesso si afferma. La causa sta nelle falde, altrimenti come si spiega che oltre alle due palazzine realizzate da quel costruttore che è stato poi processato e condannato, c’è almeno un’altra palazzina che rischia di franare e che presenta le stesse lesioni, ma non è stata edificata da quella stessa impresa?».

Il Comune ritiene che queste persone siano contrarie alle case popolari perchè hanno “paura del diverso”. Dopo questi commenti, giunti anche dal sindaco Bruno Menzietti, i residenti si indignano:«Come possono accusarci di intolleranza razziale? È evidente che non abbiamo nulla contro le case popolari, il problema è l’area che non può essere edificata, perché rischia di franare e di trascinare con sé anche le nostre case. Solo qualche anno fa sono stati eseguiti dalla Provincia dei lavori di consolidamento della scarpata adiacente a via Miramare: ripetuti smottamenti avevano reso la strada impraticabile. Cosa serve ancora per dimostrare che non si può costruire? Dobbiamo aspettare che le nostre case franino insieme alla scarpata?».

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