SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Come scrive Beppe Lopez in “La casta dei giornali“: «Ma quanti italiani sanno che lo Stato finanzia il Corriere della Sera per un solo anno in 23 milioni di euro?». Lo Stato finanzia giornali per 700 milioni di euro l’anno; l’accesso alla professione di giornalista è vincolata da burocrazia e clientelismo; la televisione è oggetto del conflitto di interesse.

Sono questi i tre punti messi in discussione dal prossimo V2-day del 25 aprile 2008, con una raccolta di firme in via Montebello, angolo via Moretti, con anche un collegamento, tramite mega-screen, con Torino, dove Beppe Grillo terrà il suo spettacolo.

Si raccoglieranno quindi le firme (in 400 piazze italiane) per la proposta popolare di tre referendum abrogativi: contro il finanziamento ai giornali, contro l’ordine dei giornalisti e contro la legge Gasparri.

Abolizione dei finanziamenti pubblici alla stampa. Nel 1981 viene approvata una legge che concede un aiuto finanziario diretto ai giornali di partito. La legge cambia nel 1987, consentendo i finanziamenti ai giornali che presentino una garanzia politica da parte di due deputati, affermando che il “tal giornale” è organo di un movimento politico, a volte inesistente, per poter attingere ai contributi. Nel 2001 lo Stato ha modificato il procedimento, permettendo i finanziamenti alle cooperative, senza gli obblighi della mutualità.
Nell’ottobre 2005 si parlava di un disegno di legge che cambiasse le regole: giornali di partito devono essere espressione di un gruppo parlamentare che può indicare un solo giornale (ad esempio: L’Unità e Europa sono espressione del Partito Democratico, e uno solo prenderà i contributi); non esisteranno più cooperative fittizie (ad esempio come Il Foglio), ma per prendere i contributi il 50% dei dipendenti deve essere socio; le copie regalate non potranno più godere dei contributi, e il rimborso della tariffa postale è dimezzato e andrà agli editori. Diede ampio spazio alla questione Milena Gabanelli di Report, nel 2006.

Abolizione dell’ordine dei giornalisti. Ovvero l’abrogazione della legge 66/1963, “affinché l’accesso alla professione di giornalista, e il suo esercizio, siano liberi da vincoli burocratici e corporativi di sorta”.
L’Ordine dei giornalisti fu ideato da Mussolini nel 1925, era (ed è) un albo, l’unico al mondo, nel quale si dovevano iscrivere i giornalisti. L’albo era controllato dal Governo e messo sotto la tutela del ministro della Giustizia.
Nel 1963 l’albo divenne, con una nuova legge, l’Ordine professionale dei giornalisti con regole, pensione, organismi di controllo, requisiti di ammissione. Già il 15 giugno del 1997 la cittadinanza fu chiamata ad esprimere la propria posizione sull’ordine dei giornalisti, con un referendum proposto dai radicali, ma si recò alle urne soltanto il 30% degli elettori e non si raggiunse il quorum (di questi, il 65,50% era favorevole all’abrogazione).
Einaudi, nel 1945, scriveva: «L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti» (“Albi di giornalisti” in: “Il Risorgimento liberale”, 12 dicembre 1945).

Abolizione della legge sulla televisione (legge Gasparri). È una delle leggi più discusse del Governo Berlusconi II. Il punto discusso è quello che vede la televisione come oggetto del conflitto di interesse, di una televisione privatizzata ed in mano alla politica. Le frequenze radiotelevisive sono in concessione, ovvero sono di proprietà dello Stato che può decidere a chi assegnarle. Le frequenze sono quindi dei cittadini.
Secondo la Corte europea di giustizia – che ha condannato il regime italiano di assegnazione delle frequenze radiotelevisive, che vede Rete4 assegnataria illegittimamente da diversi anni di una frequenza dedicata invece a Europa7 – il regime di assegnazione delle frequenze nel nostro paese non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non ha criteri di selezione obiettivi, trasparenti e proporzionati. Si chiede quindi che le televisioni garantiscano una vera informazione.

Il giorno. Alcune persone hanno contestato la scelta del giorno (25 aprile, giorno della Resistenza italiana, festa nazionale in commemorazione della liberazione dal regime fascista). Beppe Grillo ha risposto così: «È il giorno della Liberazione. Liberiamoci da questa informazione, liberiamoci da questa gentaglia. Il 25 aprile del 2008 ci sarà una liberazione vera, in tutte le città succederà qualche cosa. Dovremo far succede qualcosa, con i media in silenzio e ci mancherebbe che ne parlassero. Sarà la loro condanna. Il 25 aprile è un’occasione per dire ai partiti, alle banche, alla Confindustria e a Testa d’Asfalto (Silvio Berlusconi, ndr) che in Italia comandano i cittadini. Che l’informazione deve essere al servizio della democrazia, non dei gruppi di potere».

Da qui, appunto, lo slogan: “Libera informazione in libero Stato“.

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