LETTERA APERTA DAL CONSIGLIERE COMUNALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Caro direttore,
finalmente questa campagna elettorale giunge al termine ed è tempo per i primi bilanci, indipendenti da quello che sarà il risultato elettorale. Come le avevo anticipato personalmente ho evitato, dal momento dell’ufficializzazione della mia candidatura, di esporre le mie considerazioni all’interno dei commenti che il suo giornale mette a disposizione dei lettori; mi è sembrato un doveroso segnale di trasparenza e di rispetto verso di lei e verso gli e-lettori, bombardati per settimane da sparate strumentali provenienti dalle più svariate formazioni politiche. Affido dunque le mie personali riflessioni a questa unica lettera aperta, rimandando al 14 di Aprile la ripresa della mia consueta attività di lettore-commentatore.
È stata una campagna brutta, come non ne ricordavo nella mia pur non brevissima attività politica. La sensazione che tutti abbiamo sperimentato è stata quella di un generale disinteresse verso la politica, una distanza più marcata di quanto non fosse riscontrabile in passato. Se ci soffermiamo un attimo su questo fatto, la cosa è un po’ triste ma anche molto grave.
Grave perché siamo davvero a un punto di svolta storico, che avrà ripercussioni immediate e fortissime sulla vita di tutti i cittadini. Gli ultimi 15 anni sono stati monopolizzati – nonostante gli sforzi provenienti soprattutto da sinistra per sostenere una politica diversa – da argomentazioni pro o contro Berlusconi. È sembrato a molti che la continua sottolineatura dell’emergenza democratica fosse, per il centrosinistra, un modo piuttosto goffo di nascondere la propria totale mancanza di capacità propositiva. A questi quindici anni, spesi nel tentativo di ottenere la parità di trattamento con la destra berlusconiana in nome delle libertà democratiche, si è sostituito un totale appiattimento sulle posizioni delle destre. Chi non ricorda gli attacchi sferrati alla par condicio dallo stesso Berlusconi nel 2006? Chi non ricorda la tesi perversa secondo cui ad una maggiore rappresentanza parlamentare avrebbe dovuto corrispondere una maggiore disponibilità di spazi televisivi?
A quanto pare quelli che un tempo pretendevano di guidare l’opposizione a queste tesi, oggi nostri avversari nel Partito Democratico, sono stati convinti dalle “buone ragioni” della destra. Sembra che ormai a nessuno interessi che la sovranità appartiene al popolo che la esprime in sede elettorale, non prima, e che dunque tutte le formazioni dovrebbero avere identiche opportunità, non determinate dalla proprietà o dalla vicinanza agli organi d’informazione. Per capirci, un partito di operai dovrebbe avere a disposizione gli stessi mezzi di un partito di imprenditori: è una condizione irrinunciabile per una convivenza pacifica e democratica. Si fa sempre più strada invece l’opinione dei vari Cetto La Qualunque, secondo cui le elezioni vanno abolite: perché votare quando si può ricorrere a sistematici sondaggi? Dunque, è giusto dare più spazio a PDL e PD, partiti che non si sono mai presentati alle elezioni ma che i sondaggi attestano alle prime due posizioni. Discorso chiuso.
La parola d’ordine di questa campagna elettorale, la più antidemocratica della storia del nostro paese, è stata “semplificazione”. C’è chi, come Veltroni, si rallegra di poter finalmente decidere tra soli quattro partiti, quelli che supereranno l’assurda soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale vigente, un tempo contestata anche dal PD. Una volta il centrosinistra era per l’allargamento delle opportunità democratiche e di partecipazione al dibattito, non per il loro restringimento. Veltroni ha rivoluzionato questo caposaldo, ma tutto sommato non è stato così coraggioso: la massima semplificazione la si otterrebbe con un partito solo. Peccato che tale condizione la troviamo soltanto in Cina, paese che di questi tempi proprio nessuno guarda come un punto di riferimento.
A questa presa di posizione formale si è affiancato un dibattito nel merito sempre più sterile, basato sulla presenza o l’assenza di personaggi più o meno impresentabili nelle liste elettorali (Calearo, Ciarrapico…) e promesse buttate lì senza neanche troppa convinzione. Come quando lo stesso Berlusconi propone quello che Rifondazione chiede da almeno dieci anni, cioè l’abolizione dell’ICI sulla prima casa (ma non eravamo noi pericolosi comunisti?); e Veltroni propone, di contro, un generosissimo aumento di meno di 400 euro per le pensioni. Al mese? macchè: all’anno, e lordi. Un totale di circa 25 euro al mese. Che ne faranno i nostri poveri pensionati di questi enormi capitali? Vacanze? Investimenti in borsa? Oltre al danno, la beffa). Proposta quest’ultima passata subito in secondo piano nel giro di mezza giornata, per evitare che gli elettori cominciassero a ridere, o piangere, alle spalle del PD. Lo stesso PD il cui candidato locale, Agostini, il 28 di Gennaio si faceva dare in Regione la delega allo sviluppo del Piceno, salvo poi dimettersi il 10 di Marzo (43 infruttuosi giorni dopo) per una più appetibile poltrona da parlamentare di minoranza. Se questa è la speranza del Piceno, verrebbe da dire: stiamo freschi! Intano i licenziati rimangono licenziati, i cassaintegrati stanno a casa, le aziende chiudono, i servizi vanno a rotoli. Ma pazienza.
Ecco quindi che è cambiato tutto – sono spariti praticamente tutti i simboli delle scorse elezioni – per non cambiare nulla. Anzi, a pensarci bene, qualcosa è cambiato; chiunque vinca dei due contendenti opererà allo stesso modo. La speranza di un governo di svolta, sepolta dalle dissennate scelte veltroniane di dividere la sinistra, era morta con la caduta del governo Prodi; caduta che qualche coraggioso tenta, contro ogni evidenza dei fatti, di addebitare alla presunta irresponsabilità della sinistra e non al cedimento del centro. Un revisionismo storico fatto a tempo di record, tipico di una società televisiva che che consuma l’informazione anziché assimilarla.
In questo quadro si inserisce la novità della Sinistra Arcobaleno. Una formazione politica esordiente ma che non è affetta dal nuovismo imperante, e non pretende di recidere il proprio passato; non strizza l’occhio all’antipolitica e al qualunquismo e anzi, pur comprendendone alcune fondate ragioni, non si trincera dietro un facile populismo. Una lista che non ha scelto un nome nuovo per far dimenticare le tradizioni dei movimenti che l’hanno costruita, ma che anzi si propone in assoluta continuità di perseguire quegli obiettivi di risanamento sociale, politico e ambientale per i quali i suoi sostenitori si battono da decenni. Una scelta di parte, effettuata ribadendo il rifiuto dello sfruttamento, della guerra, del nucleare e delle tecnologie fortemente inquinanti, della precarietà, dell’insicurezza, e scegliendo la dignità di un salario adeguato, una società solidale, l’energia pulita, il consumo razionale, più rispetto per il nostro pianeta, una democrazia reale. Un partito che pone al centro del proprio operare la questione della parità dei diritti per tutti, indipendentemente dal genere o dalle proprie preferenze sessuali. È una sfida, quella che abbiamo deciso di lanciare come Sinistra Arcobaleno, che sarà lunga e difficile, ma che vede nel 13 e 14 di Aprile non un traguardo ma un inizio.
È con questo spirito, dunque, che abbiamo affrontato questa campagna elettorale ed affronteremo le fasi successive, lavorando ancora – come del resto, Lei sa, anche personalmente faccio da mesi – per trovare una sintesi nuova dalle nobili istanze dei quattro partiti che oggi rappresento quale candidato: Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani e Sinistra Democratica. Sarà su questi terreni, quelli della partecipazione e del rilancio non solo di contenuti nuovi ma anche di nuove forme d’impegno e di lotta, che si giocherà la vera battaglia.

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