SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ecco la testimonianza di una nostra lettrice che preferisce restare, per il momento, nell’anonimato:
«Sabato scorso dopo tre giorni che mio figlio di 21 mesi aveva febbre alta, tra 39 e 40 gradi, nonostante la somministrazione di antipiretici e cortisonici, intorno alle 12 decido di portare il bambino ormai sfinito al Pronto Soccorso per farlo visitare da un pediatra.
Mi dicono che il pediatra lo avrebbe visitato perché il suo turno finisce alle 14, ma prima ovviamente bisognava passare per il triage a fare l’accettazione. «È una questione di un paio di minuti» assicura un’infermiera. Perfetto. Vado davanti alla porta del triage e mi accorgo subito che forse non sarà una questione di un paio di minuti. Ci sono diverse persone davanti a me, che ovviamente non stanno bene se si trovano lì, e tutte sono costrette a stare in coda in piedi solo perché nessuno ha mai pensato di installare un sistema di organizzazione delle code attraverso il numero da prendere. Un ragazzo avanza sulla sedia a rotelle. Io sto più di un’ora in fila in piedi col bimbo febbricitante in braccio e con uno in grembo, dato che sono al settimo mese di gravidanza. Una ragazza ha pietà di me e mi fa passare avanti quando tocca a lei. Finalmente entro, prendono le generalità del bambino, gli misurano la temperatura che è ancora altissima ed esco. Ora posso andare in pediatria.
Tra ascensori che non arrivano e corridoi labirintici riesco finalmente ad entrare in reparto. Sorpresa: il pediatra se ne era andato quasi mezz’ora prima. Non importa, sono disposta ad aspettare ancora un po’ che arrivi il medico del pomeriggio, ma purtroppo mi spiegano che il sabato pomeriggio e la domenica per le visite funziona solo il Pronto Soccorso. Bene. Scendo di nuovo in Pronto Soccorso sempre con il bambino in braccio e mi dicono che c’è un po’ da aspettare, io ho un codice verde prioritario ma ci sono altre urgenze prima.
Alle 16 sto ancora aspettando, io non ce la faccio più a tenere in braccio il bambino con questa pancia, e lui ha la febbre sempre alta. In sala d’attesa poi è caldissimo. Faccio presente che il bambino non resiste più, che siamo lì da quattro ore, allora ci cambiano codice: ora abbiamo un codice giallo. Non sapevo che il colore del codice si potesse contrattare, altrimenti lo avrei fatto prima. Dopo un quarto d’ora finalmente entriamo per fare una visita che dura pochi minuti e con un medico che comunque non è una pediatra. Attesa durata quattro ore e un quarto, io incinta di 7 mesi e mio figlio con febbre quasi a 40.
A questo punto dico: va bene aspettare, perché se ci sono urgenze è bene che abbiano la precedenza, ma è normale che se uno sta male, a meno che non arrivi in ambulanza, deve fare la fila in piedi davanti al triage? Ed è normale che in un ospedale nei giorni festivi e prefestivi non ci siano specialisti di turno? Vale a dire che se uno viene colto da un infarto nel fine settimana non trova il cardiologo ma uno che si è appena laureato e sta facendo la gavetta al Pronto Soccorso. E ancora, è lecito che un medico abbandoni il proprio turno prima dell’orario previsto quando potrebbe arrivare un’urgenza improvvisamente?

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