SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Massimo Luciani, l’operaio morto giovedì in un incidente alla Arco Industrie di Colonnella, era conosciutissimo a Porto d’Ascoli. Abitava in via Aniene, una piccola parallela di via del Mare, fra il centro di Porto d’Ascoli e la zona Ragnola.
Era nato il sei giugno del 1978, a breve avrebbe compiuto 30 anni. Era simpatico e gioviale “Massimetto”, come era conosciuto dalla gran parte dei ragazzi della sua generazione nella zona sud della città.
Non perché fosse minuto di corporatura, anche se non era un colosso: di altezza media, robusto, con i capelli castani sempre corti e sfumati ai lati, gli occhi vispi da ragazzo sveglio e intelligente, bravo a vivere perché sempre in armonia con gli altri, allegramente saggio. Mai prepotente, gioviale, consapevole che la vita è bella sempre e soprattutto quando si è giovani. E forse il diminutivo con cui lo conoscevano tutti era proprio lo specchio della sua natura.
I ragazzi di Porto d’Ascoli cresciuti negli anni ottanta e nei primi novanta lo ricordano così, e non sono parole di circostanza. Dura realizzare la portata della notizia, appresa al telefono, sul treno, o dai giornali, proprio all’inizio del periodo di vacanza pasquale.
Amava il biliardo, amava la Samb, seguiva le partite e le trasferte, soprattutto qualche anno fa, anche se non ha mai fatto parte di un gruppo organizzato. D’estate lo potevi vedere sfrecciare con il suo scooter per Porto d’Ascoli, e non è banalità dire che avesse un sorriso e un gesto di saluto per molti.
Al bar Florentia, al bar Glamour, in palestra, davanti all’Accademia Piper, al Rebel pub: la sua morte lascia sgomenti, porta nella vita quotidiana di chi lo conosceva il dramma delle morti sul lavoro, lo trasforma da ritornello mediatico dei giornali e della Tv a fatto di vita concreta, sceso come una mannaia nella consapevolezza e nella carne.
Massimo Luciani lavorava alla Arco industrie di contrada Valle Cupa dalla fine della scorsa estate. Manovrava un macchinario delicato come una pressa, e sembra che un braccio robotico lo abbia spinto nella morsa del mezzo meccanico.
Lascia la madre Luisa con cui viveva, il padre Federico, il fratello maggiore Alberto, la fidanzata Stefania, anche lei di Porto d’Ascoli, con cui era assieme da più di un anno. Lascia gli amici e i conoscenti, lascia un mondo dove si muore per lavorare.
La mancanza di formazione, la mancanza di controlli delle autorità, il precariato dilagante e i lavoratori visti come numeri, percentuali, costi, invece che persone. La morte non ha senso, ma il contesto di questi tragici eventi sì che ce l’ha. E proprio perché ce l’ha si può conoscerlo e si deve sconfiggere.
Una Pasqua triste per tutta la città.

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