SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ tempo di Quaresima e secondo la tradizione del cristianesimo, i venerdì sono giorni di astinenza dalle carni e il venerdì santo è, invece, giorno di digiuno.

Secondo la Chiesa, al digiuno sono tenuti i fedeli dai diciotto anni ai sessanta; all’astinenza dalla carne, coloro che hanno compiuto i quattordici anni. Bambini e ragazzi non sono tenuti all’osservanza del digiuno, ma dovrebbero in ogni caso coglierne il significato e, perché no, fare qualche “fioretto”.

Esso consiste in una simbolica rinuncia a qualcosa: per esempio a pasti con molteplici portate e magari costosi; oppure si può saltare un pasto o anche due, per i più devoti e determinati. L’importante, e qui sta l’essenza, è la disciplina. Il non mangiare quando se ne avrebbe voglia, l’evitare di “mangiucchiare” più volte al giorno, evitare i dolci, biscotti, caramelle, cioccolatini, rinunciare al caffè o ad una bevanda zuccherata e… magari fare un’offerta ai poveri.

Sono molte le persone che però non prendono sul serio tutto ciò o, se lo fanno, non ne comprendono la vera finalità spirituale.

Nelle famiglie dei nostri nonni e bisnonni, soprattutto in quelle più povere, il menù della quaresima non differiva da quello nel resto dell’anno. Eppure il sentimento di rispetto per le tradizioni cristiane era davvero sentito e con molta dignità si rispettavano in modo più stretto dei solito i giorni di “magro“.

Il pranzo era costituito da un piatto unico. Polenta oppure minestra di legumi o pasta con patate o altre verdure di stagione, preparate con lardo, cipolla, odori, pomodori o conserva di pomodoro, a seconda del periodo; legumi in umido preparati con patate, lardo e pomodoro. Il basso costo era la caratteristica comune di tutti questi piatti, ma quando era possibile si portava in tavola anche il pesce, quello azzurro per chi viveva lungo le coste, pesce di mare conservato, baccalà e aringa, invece, nei paesi dell’entroterra.

Venivano consumate, però, con molta parsimonia. Nelle famiglie più povere, si racconta che l’aringa appesa sotto il camino veniva fatta durare per tutta la quaresima. Ogni giorno, piccoli e adulti, ci strofinavano le loro fette di pane e solo il venerdì santo ne mangiavano un pezzo ciascuno.

L’astinenza dalle carni, il venerdì, era anche segno di povertà, essendo nell’antichità il pesce ben più economico della carne. Vuole rappresentare, in ogni caso, l’abbandono del lusso per vivere le giornate in preparazione della Pasqua in modo più vero e sobrio, lungi dall’interpretare un venerdì di ” magro” con un pranzo o una cena a base di pesce al ristorante.

Almeno in quaresima mangiamo come facevano i nostri nonni: pasti all’insegna della moderazione e semplicità.


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