SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Vogliamo un’Italia più “governabile”, senza i ricattini di gruppi personali o parentali alla Mastella, Dini, Turigliatto, Fisichella, Bossi, Follini, e via discorrendo?
Dopo la caduta del governo Prodi, lo scenario delle elezioni anticipate torna prepotentemente d’attualità; e si va ad intersecare con l’annosa discussione sulla legge elettorale, tema che in Italia è all’ordine del giorno dal 1991, quando Mario Segni vinse il referendum sulla preferenza unica, nonostante gli inviti ad «andare al mare» dell’allora intoccabile Bettino Craxi.
Diciassette anni trascorsi tra referendum plebiscitari disattesi e altri affondati per poche migliaia di voti; tra riforme, parole, strani neologismi latineggianti (dal Mattarellum originario al Porcellum del leghista Castelli al Vassallum di questi giorni, chissà perché), e un continuo incartamento di parole ormai svuotate di significato (riforme elettorali, istituzionali, regionali, costituzionali…).
La legge elettorale naturalmente viene indicata come l’elemento che può far diventare questo paese, per dirla con D’Alema, normale. Guai a fidarsi, però.
Perché i partiti, e soprattutto gli pseudopartiti, come li conosciamo in Italia sono, per lo più, assimilabili a dei virus che resistono in qualsiasi condizioni.
Diffidate dunque di chi chiede uno sbarramento al 5%: già in passato, per superare la soglia del 4% del voto proporzionale, si è assistiti a dei “Dico” – tra radicali e socialisti, tra verdi e comunisti italiani, tra Pannella e Sgarbi – che poi, subito dopo le elezioni, hanno abbandonato l’unione forzata e di convenienza.
Diffidate di chi canta le lodi del maggioritario anglosassone, perché il potere di ricatto di partitini pure comunali come la ceppalonica Udeur o regionali come la Lega Nord costringerà sempre ad una grande ammucchiata, e chi più ammucchierà più vincerà (con buona pace dei propositi isolazionisti di Veltroni).
L’Italia partitica è questa e non cambierà, perché persino il governo Berlusconi zoppicava con una maggioranza numericamente fortissima – figuriamoci il poverello Prodi, che ha trascorso 18 mesi con il pallottoliere del Senato davanti agli occhi.
Anche perché – e qui ricadiamo, ahinoi, nel vortice delle parole e delle architetture – di tutto si sente parlare tranne che di primarie o di elezioni in doppio turno stile comuni. Perché quando qualcosa può funzionare, se qualcosa potrà resistuire il potere ai cittadini, meglio accantonarlo…
Preparate dunque la vostra croce (di nome e di fatto) anche sulle chimeriche liste dei Liberaldemocratici di Lamberto Dini e sui campanili dell’Udeur di Mastella; due ai quali – parole di Dini – «succedono fatti sconvolgenti: i magistrati se le prendono con le nostre mogli».
Ah, che Bel Paese.

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