ROMA – In Italia non si è giudicati colpevoli fino a quando una corte non emette una sentenza definitiva. Per questo, Sandra Lonardo Mastella, presidente del Consiglio Provinciale campano e moglie del ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella, agli arresti domiciliari per una tentata concussione nei confronti del direttore dell’ospedale di Caserta, va considerata, ancora adesso, una presunta innocente.
Quello che sconvolge, ancora una volta, è come eventi di questo genere, il cui solo sospetto, in altri paesi, avrebbe portato ad un comportamento di censura unanime del mondo politico, in Italia dia sfogo ad una solidarietà di “Casta” che segnala, più di ogni altra cosa, il degrado del senso dello Stato, compromesso in nome di tecnicismi come governabilità, leggi elettorali, equilibri parlamentari. Una solidarietà che si spiega dalle troppe “mani in pasta” dei parlamentari italiani (il recente caso di Dini, che ha visto condannata la moglie a due anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, è solo l’ultimo della serie).
Le indagini, portate avanti dalla magistratura di Santa Maria Capua Vetere, vedono Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania, invischiata in una complessa indagine che vede coinvolte diverse personalità, e la compartecipazione della donna sarebbe stata accertata in seguito ad intercettazioni telefoniche di uno dei consuoceri della Lonardo.
«Apprendo dalla televisione una notizia sconcertante – ha affermato la moglie del ministro – Mi sento assolutamente serena, non ho nulla da temere e fornirò all’autorità giudiziaria qualunque chiarimento che mi venga richiesto. Credo che questo sia è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo. Affronto tranquilla anche questa battaglia». Dunque anche stavolta una indagine penale viene snaturata, dagli inquisiti, mescolando addirittura la fede cattolica e quello che è accaduto nelle ultime ore all’Università La Sapienza.
Clemente Mastella ha deciso di rassegnare le dimissioni «perché tra l’amore per la mia famiglia e il potere scelgo il primo. Mi dimetto per essere più libero umanamente e politicamente». E poi: «Sono percepito come un nemico da frange estremiste delle toghe che hanno preso mia moglie in ostaggio». Parole che – al di là del legittimo sospetto – determinerebbero in qualsiasi governo la richiesta di dimissioni immediate, specie in un ruolo quale quello di Ministro di Grazia e Giustizia. Invece tutti sono solidali con Mastella, sia centrodestra che centrosinistra, e le richieste di revoca delle sue dimissioni sono, per una volta – solo questa volta – bipartisan.
La strategia è la solita, ha già pagato in passato: gli inquisiti si trasformano in «vittime innocenti» ottenendo mediaticamente l’assoluzione prima ancora di qualsiasi decisione dei giudici; e anzi, restando immacolati anche in caso di condanna definitiva (in Parlamento siedono 25 condannati senza che i colleghi ne siano scandalizzati, sembra). Oltretutto le indagini possono riguardare chiunque (dai Corona ai Tanzi, dai Moggi ai Cragnotti), ma, non appena viene toccato uno della “Casta”, ecco le lacrime di coccodrillo, le accuse di politicizzazione dei magistrati, la solidarietà cameratesca.

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