SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Domani Enrico Piccioni verrà interrogato; sarà anche rilasciato, in modo da trascorrere il Natale in famiglia? Non è dato, naturalmente, sapersi. La notizia del suo arresto, ad ogni modo, vede la San Benedetto, sportiva e non, quasi unitamente a sua difesa. Non tanto per il merito – Piccioni è accusato di bancarotta documentale (ovvero la distruzione di scritture contabili) nel merito del crack della Vis Pesaro dell’imprenditore acquavivano Carlo Viviani, con una dichiarazione di bancarotta fraudolenta per un debito complessivo di 3,7 milioni di euro – quando per il metodo.

Arrestato il giorno prima di una partita, e non, magari, il lunedì: cosa che ha amplificato la notizia sui media nazionali (una squadra senza allenatore, messo in carcere, è una notizia unica). Arrestato a ridosso del Natale: come un galeotto. Arrestato come non è accaduto a conclamati bancarottieri che a San Benedetto conosciamo bene: «Venturato e Soldini “liberi”. Piccioni?» era scritto in uno striscione nel settore distinti.

Perché le leggi parlano chiaro: l’arresto in mancanza di una sentenza di condanna può essere effettuato sotto precise condizioni. Oltre che in flagranza di reato, i casi si restringono a tre: la possibilità di eliminare o nascondere delle prove; il pericolo di fuga; il rischio di reiterazione del reato.

Gli ultimi due casi, in relazione a Piccioni (che, lo ricordiamo, a Pesaro svolgeva il ruolo di manager), non sono ovviamente applicabili. Il primo (la possibilità di eliminare o nascondere delle prove) appare francamente, ora, improbabile, anche se a rigor di logica la Procura di Pesaro, che ha emesso l’ordine di arresto, dovrebbe aver percorso questa strada per giustificare l’arresto. A meno che le carte non dicano altro.

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