dal settimanale Riviera Oggi numero 706, in edicola da lunedì 3 dicembre

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La donazione del Ballarin dal Comune alla Fondazione Carisap – previo acquisto dell’area dal Demanio dello Stato – può avere un significato simbolico forte. Ma ciò di cui parliamo è un suo significato retrospettivo, non un significato futuro: San Benedetto è una città che fa a meno di avere un’identità, che non si ama abbastanza per accettarsi e per migliorarsi senza stravolgersi.
L’operazione Ballarin è ancora alla prima pietra, non sappiamo né immaginiamo il gioiello architettonico che sarà né il pregio che esso emanerà. In questa sede non facciamo discorsi architettonici o urbanistici, non ne siamo in grado.
Ci interessa l’implicazione filosofica dell’operazione Ballarin. San Benedetto è destinata a diventare una città creola, un luogo di sperimentazione, un’identità conquistata da altre identità.
Forse lo è sempre stata e la sua storia nel Novecento lo dimostra. Un piccolo borgo di pescatori che diventa cittadina marinara, che si espande fino a inglobare una civiltà contadina alle sue spalle, che cresce fra brutture e lampi di genio (il lungomare di Onorati). All’appuntamento con il 2000 la troviamo città sempre più commerciale, sempre meno produttiva.
Una “cavia” di progettisti e capitali venuti da lontano, una città destinata a vedere strati di significato sovrapporsi fra di loro. Sarà un bene? Sarà un patchwork dai toni contrastanti e pasticciati?
Il Calvino spesso citato da Gaspari nei discorsi ufficiali (“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”) è uno spunto per pensare a una San Benedetto che invece riceve il suo deserto dagli esempi a cui si oppone. Una città che cancella ciò che ha già per essere qualcosa d’altro, o non essere più ciò che fino a oggi è stata perché se ne vergogna, perché ammira ciò che non è senza la verve e la “lengua ‘ppezzita” delle donne marinare che squadravano le signore ben vestite danzanti in Palazzina Azzurra decenni fa.
Per questo avremmo voluto un museo della Samb all’ex Ballarin. Ci saremmo voluti un po’ più di bene, davanti allo specchio della storia. Invece abbiamo scelto una chirurgia plastica radicale.

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