ROMA – Il lusso “Made in Italy“, quello delle griffe su borse e vestiti, su scarpe e accessori venduti a centinaia – se non migliaia – di euro in nome di una qualità di cui lo stilista si fa garante e promotore, non sempre vale quello che gli acquirenti sono disposto a spendere. Anzi, molto spesso “lusso” è sinonimo di un vero e proprio raggiro che le grandi aziende di moda perpetuano alle spalle di ignari clienti. E’ quanto emerso domenica scorsa a Report, il programma di Rai 3 che ha voluto concludere il ciclo autunnale della trasmissione dedicando l’ultima puntata allo sfavillante mondo della moda. Un mondo che accanto a paillettes, modelle, sfilate e flash di fotografi include anche un lato oscuro fatto di sfruttamento delle categorie socialmente deboli, di lavoro nero e di guadagni spropositati su prodotti qualitativamente scadenti.

«Milano è sempre meno capitale della moda – esordisce Milena Gabannelli ad inizio puntata – e, soprattutto, il Made in Italy è sempre meno “fatto” in Italia. Una borsa di lusso che costa mille euro viene davvero prodotta in Italia? E quando viene assemblata in Italia è sempre dalle esperte e sapienti mani dei bravi artigiani italiani, come vogliono farci credere?»

Gli interrogativi della presentatrice vengono sciolti nel corso del programma, in cui viene fuori una squallida realtà fatta di illegalità e sfruttamento sociale. Borse di Prada realizzate per 25 euro – e rivendute a oltre 450 euro in via Montenapoleone a Milano – in stabilimenti di Napoli con manodopera in nero; pochette di Dolce e Gabbana realizzate da cinesi in Italia per 10 euro al pezzo e rivendute a centinaia di euro in negozi dialta moda; oppure prodotti realizzati quasi interamente in Cina ma con il marchio del Made in Italy della griffe di turno, come Gucci, Dior, Fendi.

Insomma, il Terzo Mondo dietro le immagini patinate della pubblicità. Una realtà che non solo sfrutta lavoratori in nero per trarre un maggiore profitto, ma che allo stesso tempo getta sul lastrico i veri laboratori artigianali italiani che, seppur difendendo la qualità del Made in Italy non riescono più ad essere competitivi e a sostenere la concorrenza.

70 miliardi è il fatturato annuo delle aziende di moda, 70 mila aziende e 850 mila addetti. Una delle più importanti voci del bilancio nazionale che ogni anno trova il proprio specchio per le allodole nelle settimane di sfilate che, tra Roma e Milano, attirano migliaia di compratori provenienti da tutto il mondo. E proprio alle ultime sfilate milanesi è stato impedito di partecipare in ogni modo a Sabrina Giannini, la giornalista che ha curato i servizi sulla moda per Report. Accrediti non rilasciati, interviste negate, e inquietanti sms che circolavano sul suo conto: «Fate attenzione, in giro c’è la giornalista di Report».

Le sfilate milanesi sono la vetrina per i grandi marchi che, per tale scopo, pagano profumatamente i giornalisti di moda che attraverso le consulenze scrivono articoli sulle riviste specializzate in cui consigliano questo o quel prodotto. Sotto accusa anche Anna Wintour, la direttrice di Vogue America – e a cui è ispirata la protagonista de “Il diavolo veste Prada” – notoriamente avversa all’espandersi della moda europea rispetto a quella americana, per il cui volere le sfilate milanesi quest’anno sono state ridotte a sole quattro giornate anziché sette. La signora ha addotto come pretesto il non poter rimanere troppi giorni in Europa per via delle spese dovute al caro-euro. Scusa ridicola per una multimilionaria i cui capricci però, essendo stati assecondati dalle ossequiose case di moda italiane, hanno ottenuto come risultato che in soli quattro giorni molte sfilate si sono susseguite e sovrapposte con ritmi caotici e non c’è stato spazio per gli stilisti emergenti. Da sottolineare che la stessa richiesta era stata fatta anche per le sfilate di Parigi, ma naturalmente i francesi, da buoni nazionalisti quali sono, non l’hanno presa nemmeno in considerazione.

Un mondo, quello della moda, che fattura miliardi di euro ogni anno nel mondo per prodotti che seppure considerati di qualità, sono il risultato di uno sfruttamento sociale che ricade su persone indigenti che sottostanno al volere delle grandi aziende. Le quali, interpellate in merito nel corso della trasmissione, hanno quasi tutte preferito non dare una benché minima risposta.

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