ROMA – I Savoia chiedono il risarcimento di 260 milioni di euro allo Stato italiano per l’esilio che hanno dovuto subire dal 1944 quando, in seguito al referendum che sanciva la nascita della Repubblica e la fine della Monarchia, il re Umberto II fu costretto ad abbandonare l’Italia. Alla luce delle vicende storiche, la notizia ad una prima impressione potrebbe sembrare uno scherzo di cattivo gusto, ma si sa che la realtà supera di gran lunga la fantasia.

Ad essere precisi, infatti, 170 sono i milioni che chiede il principe Vittorio Emanuele, mentre “solo” 90 il figlio Emanuele Filiberto, oltre a tutti gli interessi, naturalmente. E, ovviamente, data la natura piuttosto esigua della richiesta, la famiglia reale pretende anche la restituzione di tutte le proprietà confiscate dallo Stato al re Umberto II al momento della dipartita dal Paese: ville, parchi, castelli, tenute, e il palazzo del Quirinale, un tempo dimora reale.

«Fare causa è stata una scelta difficile – ha dichiarato Emanuele Filiberto di Savoia – ma chi ha sbagliato è giusto che paghi. Vogliamo rivendicare i diritti manifestati nella Convenzione dei Diritti dell’uomo, che lo stato italiano ha palesemente violato privandoci della nostra Patria e costringendoci a vivere una vita dimezzata».

E l’amore per la Patria la reale famiglia lo ha immediatamente dimostrato non appena riammessa sul suolo italiano grazie al Governo Berlusconi, con la decisione di mantenere la residenza a Ginevra, in Svizzera, e rimanendo coinvolta, sempre in Italia, in un losco traffico di sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco che è costato al “nobile” Vittorio Emanuele anche un periodo di carcere. Ma si sa, chi è di sangue blu non è abituato ad essere contraddetto, e perciò ogni discutibile gesto compiuto, deve per forza trovare una sua giustificazione etica e morale.

Il reale rampollo Emanuele Filiberto quindi, a spiegazione della richiesta plurimilionaria, sciorina una lunga mielosa lettera nella quale racconta le vicende della famiglia Savoia intrise di onestà e purezza, la cui unica sofferenza è stata quella di dover vivere lontano dall’Italia. Peccato che il nobile ragazzo dimentichi quali siano state le conseguenze seguite alla tacita accondiscendenza del suo antenato Vittorio Emanuele II, quando permise che l’Italia fosse conquistata da Mussolini e il paese venisse stremato da oltre un ventennio di dittatura, con l’aggravante di spietate leggi razziali e l’orrore di una guerra mondiale.

Secca la replica del Governo: il segretario generale della presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, spiega che lo Stato non solo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia, ma pensa di chiedere a sua volta i danni all’ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche.

«Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto – ha inoltre commentato lo storico Aldo Mola – non hanno alcun titolo per chiedere risarcimento: non sono eredi di Umberto II, il quale, con atti resi pubblici, privò Vittorio Emanuele di ogni titolo di principe ereditario e successore alla corona: egli quindi è estraneo a ogni questione di successione regale.

Anche l’Unione Monarchica Italiana, che nel corso degli anni ha sempre sostenuto e giustificato le vicende di dubbia correttezza e moralità nei quali si sono trovati implicati in alcuni casi i componenti della famiglia Savoia, stavolta ha dichiarato che l’iniziativa di richiedere un risarcimento allo Stato è fuori luogo e ha solo danneggiato l’immagine di casa Savoia e la stessa causa della monarchia.

Infine, significativa e allo stesso tempo provocatoria è la dichiarazione dell’artista Moni Ovadia, uno dei maggiori rappresentanti della cultura ebraica in Europa: «Ora che c’è la class action proporrò a tutti gli ebrei di chiedere un risarcimento danni ai Savoia per 500 miliardi di euro, una cifra a titolo simbolico per tutte le nefandezze che hanno compiuto».

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