da Sambenedettoggi.it in edicola mercoledì 14 novembre
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – I meriti di Enrico Piccioni. Lo abbiamo scritto nel commentare la fondamentale vittoria della Samb contro la Juve Stabia. Perché l’allenatore sambenedettese, tornato in Serie C dopo quasi tre anni, ha fatto sfoggio di coraggio. Il coraggio di cambiare a partita in corso, il coraggio (o incoscienza?) nel dare fiducia prima a Iacoponi – 19 anni ma personalità da vendere – poi a Caselli, 17enne attaccante della Berretti. Soprattutto loro due, insieme a Morini, hanno segnato la svolta.
«Dopo la partita mi ha chiamato il papà di Caselli – rivela Piccioni – dicendomi che ero stato matto a fare esordire il figlio in un momento delicato come quello. Ma il merito non è mio, semmai del ragazzo: se l’ho convocato e poi fatto giocare è perché se lo meritava. Non mi sono inventato niente, lo conoscevo e gli ho già detto che deve restare tranquillo e continuare a fare le cose di sempre, la scuola e gli allenamenti. Sarò ben contento se succederà con qualche altro ragazzo della Berretti».
Primo tempo brutto, poi la metamorfosi. Cosa ha detto negli spogliatoi alla squadra?
«Semplicemente che dovevamo ribaltare la situazione. Ho chiesto di giocare come erano abituati in allenamento. Ho chiesto soprattutto di sfruttare di più le fasce, di non accentrarsi sempre con il gioco, sfruttando il fatto che gli avversari fossero con una difesa a tre. Va comunque detto che il gol del pareggio dopo pochi minuti è stato fondamentale: ci ha dato una grande emotiva e da lì in avanti tutto ci è riuscito più facile».
Mister, un passo indietro: cosa ha pensato dopo il gol dei campani? Le sarà caduto il mondo addosso?
«Ma no, quando fai questo lavoro sei abituato a gestire determinate situazioni. Ho cercato di trasmettere al gruppo la mia indole: da giocatore ero abituato a non mollare mai. Questo deve essere lo spirito della Samb che voglio io: non arrendersi mai fino al 90′. Possiamo anche perdere, ma dobbiamo sempre meritarci gli applausi del pubblico. Dobbiamo, in sostanza, uscire dal campo a testa alta».
Crede che la vittoria di domenica possa rappresentare la svolta del campionato?
«Lo sapremo tra quindici giorni, quando riprenderà il campionato. Certo quelli guadagnati sono tre punti molto importanti, per la classifica e per il morale dei ragazzi, che finalmente hanno ritrovato il sorriso. Questo risultato ci serve per lavorare con maggiore serenità. Adesso però serve continuità: sono curioso di vedere cosa potranno dare i ragazzi».
Tra le note positive di domenica scorsa la dimostrazione di unità dello spogliatoio.
«E’ vero, questa è una cosa molto importante: ho visto i ragazzi abbracciarsi, schizzare tutti dalla panchina al momento del gol di Morini. Un bel segnale, questo deve essere il nostro spirito».
Secondo lei qual era il problema della Samb?
«Credo che i ragazzi parlassero poco tra di loro. Si è creato subito un certo feeling con me? Ho dato la massima disponibilità ad ascoltarli e soprattutto li ho fatti sentire tutti importanti: ho un gruppo di 26 giocatori e per me sono tutti uguali».
Adesso c’è la sosta, come la accoglie?
«Da un lato avrei preferito giocare subito, magari l’entusiasmo che ha portato la vittoria ci sarebbe stato utile. Dall’altro avremo una settimana in più per lavorare insieme. Quanto alla morte del tifoso laziale sono cose che con il calcio c’entrano poco e che, a prescindere, fanno male alla vita. Da padre capisco che mandare i propri figli allo stadio è sempre più difficile».
Il ds Nucifora la settimana scorsa ha scorsa: Piccioni è il nostro allenatore, punto. Dopo questa vittoria sente più forte la sua panchina?
«Penso solo a lavorare. E’ un problema che non mi sono posto. La società mi ha scelto probabilmente perché si è accorta di come lavorassi con la Berretti. Non abbiamo ancora fatto niente, continuiamo a lavorare per rimetterci in pista»

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