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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un anno fa il sambenedettese Roberto Consorti, Capitano di Lungo Corso comandante di superpetroliere, scriveva al nostro giornale la sua opinione sulle presunte cause del naufragio del peschereccio Rita Evelin, avvenuto il 26 ottobre 2006 in circostanze finora mai chiarite: «Sono in sintonia con coloro che attribuiscono le cause dell’incidente alla rottura di uno dei due cavi di traino della rete successivo all’agganciamento di qualche presura sul fondo del mare provocando che la sollecitazione sullo scafo in senso longitudinale (da prora a poppa), repentinamente divenisse in senso perpendicolare (da dritta a sinistra o viceversa) agevolando il ribaltamento dell’imbarcazione.
Tale avaria non potrebbe assolutamente arrecare il ribaltamento di uno scafo eccetto che non vi fosse una carenza di stabilità che può essere provocata solamente o da un sovraccarico (non certo in questo caso), o da una insufficiente peso sul fondo dell’imbarcazione o da pesi caricati nei ponti superiori, che diminuiscono in modo drastico il momento raddrizzante dell’imbarcazione.
Credo che al momento dell’incidente il Rita Evelin lavorava in condizioni di stabilità precaria causata dall’assenza di pesi in basso (pescato scaricato, combustibile consumato) non compensata da adeguato zavorramento, che ha reso lo scafo inerme a tutte le forze esterne agenti su di esso».
Consorti poi accusava: «Oggi la navigazione mondiale è approntata a privilegiare la sicurezza, invece, la sicurezza nella pesca in Italia è ancora ai livelli primordiali, i controlli su di essi sono alquanto approssimativi e vengono elusi con facilità. Incidenti simili al Rita Evelin sono troppo ricorrenti specialmente nella nostra marineria».

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