SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si può condannare un cittadino per bancarotta fraudolenta quando i creditori, poi, rinunciano a quei crediti che, secondo i giudici, sono alla base stessa della sentenza? «L’Ugc banca – spiega Alberto Panichi – che altro non è che l’Unicredit aveva chiesto l’esecuzione dell’atto di pignoramento emesso nei miei confronti a seguito della sentenza di fallimento. Poi, alla prova dei fatti, non ha ritirato i 900 mila euro, che tutt’ora sono depositati in un altro istituto di credito anconetano e pronti a rientrare nelle mie disponibilità».
L’Unicredit si era rivolto al Tribunale di Ascoli per la revoca della sospensione dell’esecuzione immobiliare, vincendo l’opposizione di Alberto Panichi, presentata il 30 gennaio 2003. Il Tribunale, il 4 settembre 2006, rigettava le domande degli opponenti. Panichi afferma che «una volta disposta la prosecuzione dell’atto di pignoramento, il giudice dell’esecuzione fissato “per la riassunzione del processo esecutivo il termine perentorio del 28 febbraio 2007».
A quella data, però, l’Unicredit ha preferito non esercitare il suo diritto. Perché – e qui si tornerebbe all’origine del contenzioso – «Unicredit rinunciando all’esecuzione si cautela, riconoscendo informalmente che le mie denunce su quanto accaduto 16 anni prima, all’epoca della dichiarazione di fallimento, sono fondate».
Anche perché, come condannare per bancarotta fraudolenta un cittadino che deve il 97% dei crediti alle banche, e poi queste non ritirano quanto, per legge, loro spettava? E’ come condannare un ladro, quando il derubato non rivuole indietro la merce…

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 695 volte, 1 oggi)