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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – “Movement, marketing and meeting”: tradotto, movimento, mercato e incontro. Per l’americano Lewis Mumford, il più grande studioso di urbanistica dell’ultimo secolo, le tre “m” sintetizzavano le caratteristiche di base che deve avere una città. Ma nel Terzo Millennio può capitare – come per la piazza Matteotti ipotizzata dal Comune – che le caratteristiche necessarie siano soddisfatte, ma che la città rischi di diventare un “non luogo”. E allora ecco l’urgenza di mantenere, tra piazze e vicoli, case e chiese, una identità culturale forte. Che non vuol dire chiudersi alle innovazioni, quanto saper sintetizzare la modernità. In maniera partecipata.
Qui è il nocciolo politico: il belletto delle assemblee di quartiere a cosa serve, se poi per viale De Gasperi o piazza Matteotti non vi è alcun coinvolgimento dei cittadini durante la progettazione? Cari Gaspari & Company, qui c’è da ripartire da zero.
L’urbanistica è “partecipata” se ancor prima della fase progettuale si tiene conto delle esigenze di tutti: per piazza Matteotti, ad esempio, residenti, comitato di quartiere, Circolo dei Sambenedettesi, associazioni di categoria… Una volta percepito il minimo comun denominatore, si cominci a progettare. Magari ampliando le scelte attraverso dei concorsi di progettazione, come d’uso in Europa. Tutto alla luce del sole.

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