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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ stato lo spartiacque del calcio italiano: il decreto Amato inasprì le già dure normative antiviolenza del decreto Pisanu, oltretutto facendole applicare laddove vi erano state vergognose deroghe. Così, dopo la morte di Filippo Raciti, l’ispettore di polizia ucciso durante Catania-Palermo dello scorso 2 febbraio, il mondo delle curve ha cambiato volto. Ma soprattutto, il decreto Amato impone norme inderogabili per la sicurezza degli impianti sportivi: videosorveglianza, biglietti nominativi, posti assegnati, steward privati di controllo in campo e sugli spalti, tornelli all’ingresso. E qui si apre il contenzioso all’italiana: chi deve intervenire, i Comuni proprietari degli stadi, o le società che ne usufruiscono? Ci sono state situazioni ibride (ad Ascoli il Comune ha dato una mano), mentre le grandi società sperano di costruire stadi in proprio (Juve e Lazio su tutte). A San Benedetto, per ora, il cerino naviga tra le mani di Tormenti e quelle di Gaspari. In ballo ci sono quattro milioni di euro. Mica bruscolini.

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