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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Che differenza c’è tra il sindaco di San Benedetto Giovanni Gaspari e i “grillini”? Nessuna. Almeno per quanto riguarda le opinioni circa il ruolo delle province in Italia.
«Si disserta tanto di riduzione dei costi della politica, ma ricordo che nel 1970, quando furono istituite le Regioni, si parlava anche di contemporanea soppressione delle Province. Poi questo non avvenne: siamo l’unico paese occidentale ad avere due strati decisionali tra lo Stato centrale e i Comuni. Altrove ne esiste solo uno, simile alle nostre provincie (ad esempio la Francia) o alle nostre Regioni (i Lander tedeschi)».
Ma queste province sono davvero utili?
«Io posso fare un esempio, relativo ad una materia che mi ha da sempre interessato, l’urbanistica. Ebbene, lo Stato delega alle Regioni la materia; queste ultime stabiliscono le direttive alle quali i Comuni devono adeguarsi. Ogni città redige il proprio Piano Regolatore: a questo punto, non capisco perché deve essere la Provincia ad approvarlo, verificando la conformità del Prg alle leggi regionali. Anche perché le Province non riescono, in questi casi, né a svolgere un ruolo di coordinamento, né hanno la capacità di fare una supervisione. Potrei citare altri casi del genere».
C’è una parte dell’opinione pubblica che preme per la loro abolizione…
«Se il ministro Giuliano Amato, persona equilibratissima, dice che almeno venti province potrebbero essere eliminate senza creare problemi, non possiamo nasconderci. In un orizzonte di medio-lungo periodo, le Province potrebbero essere soppresse dappertutto. Non lo penso solo io, tra i politici. Il sindaco di Brescia Corsini, all’Anci, lo ripete spesso. Anche l’attuale presidente della Provincia di Ascoli, Massimo Rossi, era favorevole alla loro abolizione, quando era ancora sindaco di Grottammare…».
Ma adesso sembra che abbia cambiato idea…
«Lo so. Ma una Regione bene organizzata può sopperire a questa duplicazione di competenze. Noi ci troviamo ancora in una fase storica particolare: il passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla Seconda non è ancora avvenuto».
Questa battaglia incontra comunque molte resistenze.
«Lo so, ma dobbiamo discuterne. Lo dico per passione politica: sono impegnato dal 1976, e solo da un anno sono sindaco di San Benedetto. Ma mi sono sempre battuto per semplificare i passaggi decisionali, per eliminare l’eccesso di burocrazia».
Nel 2009 dovrebbe nascere ufficialmente la nuova Provincia di Fermo. C’è chi, come Pierluigi Addarii del Sos Missionario, spera in un referendum popolare che ne blocchi la costituzione: c’è tempo?
«Se ci fosse una volontà politica forte, credo che ci sia ancora la possibilità di tornare indietro. Anche perché quando nascono province di questa piccola dimensione – Fermo gestirà 150 mila abitanti, ad Ascoli ne resteranno circa 200 mila – accadono cose strane. Il presidente della Provincia diventa una sorta di supersindaco, che va quasi a sommare le proprie competenze a quelle dei sindaci, altrimenti il suo ruolo sarebbe del tutto platonico».
Se nascerà la Provincia di Fermo, quale dovrà essere il ruolo di San Benedetto nel Piceno?
«Se dobbiamo bere questo amaro calice, allora meglio rilanciare. Occorrerà chiamare il nuovo ente Ascoli-San Benedetto. Sono due città complementari, con le rispettive peculiarità, ma che devono collaborare meglio. Avviene già per Forlì e Cesena, per Pesaro e Urbino… Anche perché l’attuale Provincia è sempre stata debole con la Regione Marche, aspettando finanziamenti invece che proporli e chiederli».
Ad Ascoli temono, però, un secondo declassamento del loro ruolo.
«Il campanilismo ha già fatto troppi danni. Noi saremmo il valore aggiunto per Ascoli, e viceversa. Se la nuova provincia nascesse senza questo binomio, sarebbe un grave errore storico. Non possiamo guardare al futuro con la mentalità del passato».

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