RIPATRANSONE – «Il mio è un appello contro il cattivo gusto che spopola, anche nell’arte per carità, ma soprattutto nel parlare e nel vestire, che arriva al non sapere più abbinare i cibi, fino all’edilizia scriteriata che non rispetta paesaggi e ambiente».

A scrivere è il pittore Mario Vespasiani, e la sua missiva è rivolta alla rubrica “A tu per tu” curata per il quotidiano romano “Il Messaggero” dal giornalista, storico e scrittore Roberto Gervaso.

Alle affermazioni del pittore ripano, martedì 18 settembre il giornalista risponde «Caro Vespasiani, non vorrei darle un dispiacere, ma al brutto siamo già assuefatti»; una risposta decisamente scoraggiata.

«A questo punto – continua Vespasiani nella sua missiva – bisognerebbe rivolgersi agli artisti, gente di grande sensibilità e con grandi idee; ma i migliori sono con le valigie in mano (e non per le vacanze) e le poche ma buone gallerie che rimangono, cioè coloro che dovrebbero produrre e valorizzare il lavoro dei nuovi creativi, sparse un po’ su tutto lo stivale, lottano con le unghie soffocate da un sistema inesistente».

Gervaso risponde che «i tempi cambiano e nessuno può arrestarne, o anche solo procrastinarne, il mutamento. Ma qualche volta cambiano nel modo peggiore e a noi, impotenti, non resta che adeguarci. Alla fine, tutto si arrangia, ma dobbiamo prendere atto della metamorfosi».

In un botta e risposta ricostruito a posteriori, il pittore afferma che «ritengo che il bello sia un’esigenza primaria, e vorrei farle notare nel caso fosse troppo preso dalla sua confortevole residenza di campagna, che nella nostra società non è la violenza o l’arroganza a prevalere ma il cattivo gusto. Questa per me è un’urgenza, prima che al brutto ci si faccia l’abitudine».

Ma è possibile dare un’oggettiva definizione di brutto? Il bello può – e deve – essere considerato un valore?

Gervaso dice di sì, che «una società debole è una società in balia di tutto e di tutti. I valori sono puntelli, sono il nutrimento e il mastice della coscienza civile, puntelli dei costumi, linee guida del comportamento. Se vengono meno, o se si appannano, la società entra in crisi. E quando la società entra in crisi, lo stile s’involgarisce e il gusto decade».

Fin qui si potrebbe essere d’accordo.

Ma leggete qui, Gervaso, tirando le conclusioni, afferma che: «Il computer, internet, hanno globalizzato il mondo e ciò ha provocato uno sconquasso mai visto o immaginato».

Ma perché dare sempre la colpa ad internet? La gente si veste male? Non si rispettano paesaggi e ambiente? Si parla male? È colpa di internet.

Non è forse la rete che permette ogni giorno agli artisti di farsi conoscere o, in scala più ampia, di imparare nuove lingue, di “digitare” in tempo reale con l’altra parte del mondo, imparando nuove culture e confrontandoci con gli altri?

O era meglio quando ci si poteva spostare solo a piedi, ogni villaggio era quasi uno stato a sè stante e per raggiungere una città occorrevano giorni?

I cambiamenti non sempre sono negativi.

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