GROTTAMMARE – Passando per la SS16, in Zona Ascolani, si intravede un personaggio, che fa su e giù da una scala, con un pennello in mano. È Carlo Gentili, che tutti i sabati e le domeniche, fino alla conclusione, lavorerà al murales di denuncia.
Ad osservare l’inizio dei lavori ci sono anche il Sindaco Luigi Merli ed il Vicesindaco Fausto Tedeschi.

«Il murales sarà composto da quattro parti, che andranno da sinistra verso destra – dal bianco e nero a, mano a mano, al colore vivo – a comporre un «memorial artistico, una sorta di drammatico spartito in bianco e nero dedicato a tutti gli uomini senza nome e senza volto reclusi dietro ad un filo spinato» ci spiega l’artista.

Dal filo spinato si parte, quindi, nella prima parte, a mostrare il dramma; la seconda parte è dedicata al dolore, ove si concretizza la sofferenza dell’uomo che diventa egli stesso filo spinato; arriva poi il sogno, con qualche accenno di colore, dove anche il segno diventa più fluido; il dramma si trasforma poi nella speranza, la quarta parte, speranza di poter eliminare per sempre i fili spinati dalla faccia della terra.

«Mi piace avviare ogni volta nuove sfide – spiega l’artista Carlo Gentili – per capire fin dove posso arrivare. Ma soprattutto per cercare di fare qualcosa di buono. In questo caso il murales è una novità assoluta nel campo dell’arte moderna: il primo dipinto dedicato alle vittime civili recluse in campi con fili spinati, aldilà di ogni latitudine, di ogni etnia, di ogni credo e di ogni inclinazione politica. È un muro di protesta e di denuncia contro le assurde violazioni dei diritti civili che ancora oggi, nel 2007, avvengono sotto gli occhi di tutti: uomini, donne e bambini privati della propria libertà e reclusi dietro un filo spinato».

C’è chi, leggendo, potrà pensare che l’opera in cui si è buttato Gentili, sia frutto di puro esibizionismo. Ma basta intavolare un discorso per capire che, davvero, non è affatto così.

«Al Comune ho chiesto una cosa fondamentale: che questo murales non venga strumentalizzato politicamente. Perché vuole andare sopra ad ogni politica, ad ogni recinto, ad ogni religione».

«Sarà un muro di denuncia – continua l’artista – ma anche un simbolo di speranza».  

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