Sono lontano cinquantamila anni-luce da casa. La gravità, doppia di quella cui sono abituato, fa di ogni movimento un’agonia di fatica“. Ma ho terminato con successo la missione, presto sarò a casa, sul mio bel pianeta.

Mi chiamo Tqwqt, e questo luogo ha un nome impronunciabile (Grottammare, spero di scriverlo bene, dall’astronave madre vogliono un rapporto preciso, guai se sbaglio). Confermo d’averla caricata sulla navicella, la piccola macchia verde di pini “Pinus pinea”.

Non quelli che stavano sulla piazza della chiesa di San Pio V, quelli li prendemmo già, adesso lì si atterra bene. Parlo della “pinetina”, vicino c’era qualcosa che chiamavano ferriera, perbacco, o cose così. La macchia di pini ha le dimensioni giuste per il trasporto, il suo verde su da noi starà benissimo al posto delle scaglie crostose sulla scivolosa argilla pallida.

Resistenze, divieti, niente, tutto liscio: la pinetina è venuta via in un baleno, nessuno mi ha fermato, protestato. Prevedevo problemi con quella gente dai nomi strani, forestale, vigili urbani, sindaci, assessori (mi sembra). Niente di niente.

Alcune sonde-spia mi informano che anzi a questi ‘ste cose non interessano, che devono solo impegnarsi a stare avvitati alle poltrone. Tutto qua. Solo di tanto in tanto si alzano e con strani arnesi (sembra li chiamino forbici) tagliano un nastro colorato. Poi tornano seduti fino al nastro successivo.

In particolare (mi rivelano altre sonde-spia) quelli col nome più difficile – Corpo Forestale dello Stato – hanno il compito di ignorare tutto quello che succede al verde intorno; a chi segnala (telefonando, che so…) qualcosa di strano come una pineta che zac sparisce, devono solo rispondere che loro non sapevano, non c’erano o che se c’erano dormivano.

Bella vita, mica come noi che facciamo milioni di chilometri per riportare qualcosa di carino sul nostro pianeta; come ‘sta pinetina qui che è davvero bellina, tutta verde. Quaggiù invece il verde si capisce subito che non gli piace.

Eppoi nessuno di questi strani esseri è verde, come noi. Anche se ho sentito che alcuni di loro li chiamano “Verdi” (ma a Grottammare sono come estinti), invece sono proprio uguali agli altri, di verde non hanno niente, quindi è chiaro che è solo un soprannome (VerdeCanducci, VerdeMarinucci, VerdeDangelo), forse se lo danno quando vogliono scherzare.

Valli a capire.

Adesso al posto della macchia di pini c’è un cratere con grossi ragni metallici gialli. Che è brutto, ma non devo preoccuparmi perché presto lì spunteranno solidi parallelepipedi con aperture per affacciarsi, entrare, uscire. Insomma sembra che ci vivano. Qfkfq, che cosmicomiche!

Anzi mi sa che gli facciamo un favore perché di solito per mettere ‘sti scatoloni devono bruciarne un sacco, di pinete, e costa una tombola e bisogna sprecare benzina e ogni tanto qualcuno ci muore.

Quindi meglio così, alla fine. Zac, la pineta non c’è più e fra un po’ scatole con cancelli, finestre, triangoli, frontoni…

Strani, sono strani, ‘sti terrestri. Anche brutti, francamente, eh! Da rabbrividire, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame. Se stanno vicini all’acqua, con solo 30°, diventano tutti quasi neri, qualcuno anche rosso che fa ancor più ribrezzo.

Pfyfp! Sto divagando. L’astronave madre mi aspetta, non posso tardare. Presto altre missioni, c’è molto da portar su, non sarà difficile individuare i luoghi: basta seguire i bagliori che salgono in cielo dai lungomari, senza complicati calcoli di rotta sapremo dove atterrare facile. Loro non ci vedranno perché il cielo di notte non lo vedono più. Noi vedremo loro.

Ho pena delle loro foglie / bocconi sulla strada, / il respiro difficile.

Vostro Tqwqt

[grazie a: E. De Andrade, F. Brown, I. Calvino. E alla Senna]

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