MONTEPRANDONE – Beatrice Poggi è sicuramente una donna decisa: lo testimonia la sua iscrizione all’allora Partito Socialista Italiano quando era appena diciottenne, ovvero in piena epoca di Tangentopoli: «Certo, si è trattato anche di un percorso naturale: mio padre, Gabriele, è stato consigliere comunale di minoranza negli anni ’80 proprio con i socialisti, e in casa si è sempre parlato di politica». Laureata in Giurisprudenza, attuale assessore al Commercio, al Personale e alla Pubblica Istruzione, ha ottenuto alle ultime amministrative (con lo Sdi) circa 160 voti.

A quell’epoca c’era una fuga generalizzata dal Psi. La tua scelta è sicuramente andata contro corrente?

«Ma io non l’ho vissuta né come rottura né come contestazione, ma come un atto naturale. La mia è stata una scelta di passione, pur in controtendenza, di fronte ad un disonteriamento sociale di una rivoluzione giudiziaria e mediatica. Ma, a chi chiede cosa significa essere socialisti, rispondo con il motto di Pietro Nenni: “Essere socialisti significa aiutare chi è rimasto indietro“. E questo risponde alla mia indole: poi, nel corso del decennio, la parola “socialismo” è stata accettata anche da chi, in passato, lo combatteva».

Sei iscritta fin da ragazza, ma ti sei proposta attivamente soltanto nel 2004. Come mai?

«Credo che prima di iniziare l’attività politica una persona abbia la necessità di crescere culturalmente e professionalmente».

Perché la presenza delle donne nella politica italiana è così limitata?

«Perché siamo più coerenti degli uomini, fatichiamo a scendere a compromessi. Una donna, oggi, prima della politica, deve pensare alla propria carriera, quindi alla famiglia: per alcune di noi si devono superare difficoltà in più degli uomini. Ma credo che la politica rappresenti per noi un dovere in più da assolvere: il Partito Socialista vanta, nei suoi cento anni di storia, l’apporto di tantissime donne, fin dalla sua fondazione. Ad ogni modo, non penso che questo problema si possa risolvere con le “quote rosa”».

Ti sei iscritta ad un partito da giovanissima, sei uno degli amministratori più giovani della zona. Ma qual è il rapporto tra partiti e le nuove generazioni?

«Noi dello Sdi abbiamo le stesse difficoltà degli altri partiti nel coinvolgere i più giovani. Anche se i socialisti, per la loro storia, sono tra i più adatti ad attrarli, in quanto si tratta di un partito progessista, modernista e innovativo da sempre».

In qualità di assessore al Commercio, quali sono i risultati ottenuti?

«Una premessa: vivo con grande nostalgia il fatto che sia persa la dimensione familiare del commercio e dell’artigianato: tutto ciò ha portato ad una spersonalizzazione delle economie cittadine. Proprio per questo motivo, abbiamo presentato un progetto per accedere ai fondi del Centro Commerciale Naturale. Consideriamo infatti il nostro centro storico come una possibile fonte di sviluppo futuro».

Come mai il vecchio incasato di Monteprandone, nonostante l’innegabile bellezza, non viene considerato al pari di altri borghi della zona?

«Forse a causa dello spopolamento che si è avuto, con l’aumento del ruolo relativo a Centobuchi. Eppure abbiamo opere del Crivelli, il Codice di San Giacomo, e tanti altri tesori. Ma vedo che, soprattutto le giovani famiglie, non disprezzano affatto il borgo e, anzi, in molti sono orientati a tornare a vivere qui».

E il progetto che avete presentato in cosa consiste?

«Ci piacerebbe che si ricreassero diverse attività economiche, dal barbiere al macellaio, dai bar ai ristoranti. Al momento siamo in graduatoria e, se il progetto dovesse essere definitivamente approvato, gli operatori economici avranno la possibilità di accedere a dei contributi regionali, e in parte anche comunali, per migliorare le proprie attività».

Il solito dilemma: Centobuchi è una “periferia dormitorio” o invece una “cittadina dinamica”?

«La crescita demografica e urbanistica di Centobuchi, in trent’anni, è stata esponenziale. In passato qualcuno la definì “città dormitorio”, a causa del fatto che molti sambenedettesi si trasferirono qui per la disponibilità di abitazioni, ma continuavano a lavorare e frequentare San Benedetto. Ma non credo che questo sia ancora valido».

Perché?

«Io vedo molto impegno e una crescente integrazione sociale. Ci sono tante associazioni che lavorano al meglio, dal calcio, dove i settori giovanili delle nostre squadre svolgono un ottimo lavoro con i giovani, alle parrocchie, che sono impegnate tutti i giorni a seguire la loro crescita. Voglio parlare anche delle nostre scuole, che sono un settore di mia competenza. Io le considero molto competitive, sia a livello locale che provinciale. Con loro abbiamo avviato un rapporto privilegiato, investendo su di loro ed essendo ripagati con tante attività extra-scolastiche (nel pomeriggio ci sono corsi di inglese, di teatro, di multimedialità). Concludo dicendo che Centobuchi è in grado di diventare una città che può non invidiare nulla a San Benedetto, o anche Ascoli».

A proposito della Giunta Menzietti. C’è spazio e modo affinché il gruppo di amministratori giovani abbia la forza di intervenire con le proprie proposte?

«Con il sindaco Menzietti c’è sempre stato un ottimo rapporto, fin dall’avvio di questa amministrazione. Non ci sono differenza tra un assessore giovane o meno giovane, così come fra donne e uomini».

Qual è la tua opinione sull’Unione dei Comuni della Riviera?

«Sulla carta è semplicissimo realizzarla, ma occorre molto pragmatismo. Prima di tutto occorre uniformare il territorio con i servizi e le infrastrutture, cosa non semplice».

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