SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non è affatto piaciuta al signor Giuseppe Zappasodi, socio di un’azienda di commercio al minuto di San Benedetto, l’ordinanza con cui il sindaco Gaspari ha disposto la deroga alla chiusura dei negozi per il 25 aprile e il 1° maggio.

Nella seguente lettera aperta inviata al primo cittadino, l’imprenditore critica nel merito e nel metodo il provvedimento.

Sono socio di un’azienda di commercio al minuto di San Benedetto ma le scrivo a titolo strettamente personale, intendendo rappresentare solo me stesso, per manifestare tutta l’indignazione e il dissenso per l’ordinanza con la quale ha inteso derogare alla chiusura domenicale degli esercizi commerciali per i giorni 25 aprile e 1 maggio.

Desidererei però non solo soffermarmi a tale dissenso ma offrire un modesto contributo nella formazione del criterio di giudizio con cui si decidono le aperture nei giorni festivi. Da qui il carattere ‘aperto’ della presente lettera.

Le critiche sono di metodo e di merito. Occorre ricordare che a conclusione di un tavolo di concertazione tra le associazioni di categoria che rappresentano gran parte delle attività commerciali, quale punto d’incontro sintetico delle diverse posizioni, è stata emanata la delibera-calendario del dicembre 2006 in cui si vieta espressamente l’apertura nei giorni di 25/26 dicembre, Pasqua, 25 aprile e 1 maggio, capodanno.

Conseguentemente ogni azienda seriamente organizzata ha stilato un calendario di turni di lavoro per il personale in cui si identificano i giorni di lavoro festivi e i corrispondenti giorni di recupero infrasettimanali, secondo la legge.

È quella capacità di programmazione e organizzazione che con superficialità si rimprovera a noi “piccoli-commercianti’.

Ecco dunque la contestazione in quanto al metodo. Come si può emanare un’ordinanza a soli 12 giorni dalla prima data interessata (25 aprile) stravolgendo un precedente divieto e senza darne opportuna e adeguata comunicazione agli interessati?

Infatti io e altri colleghi siamo venuti a conoscenza della novità per sentito dire e solo il 18 aprile. 

Qualcuno potrebbe obiettare che nessuno è obbligato ad aprire. Rispondo che sarebbe come se in occasione delle elezioni a un candidato Sindaco venisse fatto notare che non è obbligato a fare campagna elettorale.

Non potendo dunque per ragioni commerciali di buon senso esentarci dall’apertura in quei giorni, abbiamo dovuto ridisegnare l’organizzazione interna fin lì stabilita con grave disagio per tutti. Particolarmente occorre prendere coscienza che la categoria maggiormente penalizzata è quella dei dipendenti. Infatti sono essi che hanno dovuto sacrificarsi più di tutti nel rinunciare all’ultimo momento a quanto avevano fino ad allora pianificato; loro insieme ai rispettivi figli, coniugi, fidanzati e/o amici. Molte persone sono state dunque colpite, direttamente o indirettamente, dal provvedimento in questione.

Ma viene da chiedersi: quale la necessità per simili provvedimenti?

Veniamo dunque alle considerazioni di merito. È evidente come in questa materia vi siano due posizioni spesso inconciliabili tra chi intende preservare una tradizione di rispetto delle festività e altri che spingono per la totale abolizione delle stesse. La soluzione della diatriba non appare di facile soluzione. Se è vero, come è vero, che aprire in certi giorni comporta senza dubbio un incremento degli incassi per le attività commerciali, quale sarà il criterio più adeguato da riconoscere nel giudizio? E poi: chi è che più di altri ha titolo per far valere i propri interessi?

Desidero rimandare alla delibera di cui sopra, quella in cui si vietava l’apertura in certe festività: credo che salvaguardare almeno il Natale, la Pasqua, la festa della liberazione e dei lavoratori e il Capodanno, abbia trovato la sua ragion d’essere nel tentativo di sintetizzare le varie istanze in favore di un punto comune e accettabile da tutti: preservare quelle ricorrenze che, simbolicamente, custodiscono la memoria e l’unità del nostro popolo. Ma siamo ancora un popolo? È ancora lecito parlare di “popolo”? Perché se lo siamo ancora e desideriamo continuare ad esserlo quelle date sono molto più di una formalità ma sono la descrizione di ciò che nei secoli ha “impastato” , costituito, la nostra identità: la fede, la patria, il lavoro, la festa. E che siamo cristiani o no, di destra o di sinistra, tutti possiamo riconoscere in questi elementi le radici di ciò che siamo. Come parliamo, pensiamo, sentiamo la vita viene da lì.

Si potrebbe obiettare che aprire i negozi in questi giorni non sembrerebbe attentare a nulla. In realtà è una “breccia” molto pericolosa per due ragioni. A che serve stare aperti in quei giorni se, senza consultare Tremonti o Padoa Schioppa, chiunque capisce che se un’attività si reggesse su quegli incassi sarebbe meglio chiudesse bottega. D’altro canto se è comodo e vantaggioso restare aperti in quelle ricorrenze non si capisce perché debbano essere chiusi: asili, scuole, banche ecc.

Allora se il criterio unico è il profitto: tutti al lavoro, festività abolite. Tutto è uguale, tutto è niente.

Concludo invitando a preservare e a non disprezzare quanto nei secoli è stato conquistato a prezzo di sangue e sudore da chi ci ha preceduto. Tutto ciò ha un nome: tradizione. Ed è quanto un popolo ha di più caro. E, se non siamo un popolo, saremo solo un’accozzaglia di interessi in conflitto in cui il più forte vince.

Invito altresì a considerare sempre gli interessi e i bisogni di chi non è mai rappresentato in sede di decisione: commesse, cassiere, magazzinieri e relative famiglie.

Infine, al di là di tutto, vorrei almeno sapere in via definitiva, una volta per sempre, quali sono da qui a fine anno i giorni festivi di apertura e chiusura. Simili future rivoluzioni in corso d’opera non saranno infatti supinamente tollerate.

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