SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «La situazione economica e finanziaria del Centro Agroalimentare era tragica, sull’orlo del fallimento», afferma l’amministratore delegato Pietro Censori.
L’indebitamento bancario, la debolezza attuale del comparto ortofrutticolo, i crediti non pagati da parte di clienti falliti. Nel 2005 il nuovo Cda appena insediato (diminuito da 15 a tre componenti) si trovava ad affrontare una situazione a dir poco infelice.
Il Comune di San Benedetto, proprietario del 44% delle quote della Societa’ Centro Agro-Alimentare Piceno S.c.p.a, intendeva vendere tutta la sua partecipazione fin dai tempi della giunta Martinelli. Oggi l’amministrazione Gaspari ha messo in preventivo per il 2009 la vendita di metà delle quote, per finanziare la realizzazione della nuova scuola media Curzi. «Venderne solo una parte rischia di non massimizzare il profitto che si può ottenere», afferma il consigliere comunale Giorgio De Vecchis in seno alla commissione Bilancio. Tutta la quota del Comune avrebbe un valore superiore ai quattro milioni di euro.
«Oggi mancano le funzioni strategiche che il Centro aveva negli anni ’80 – gli fa eco Antonio Felicetti – sarà ben difficile vendere una quota di minoranza a dei privati che poi se la vedrebbero gestire dai partiti politici».
In sede di commissione Bilancio, l’Ad Censori ha spiegato come fino al 2010 il capitale azionario del Centro deve rimanere pubblico al 51% (altri soci sono la Provincia di Ascoli al 12%, la Regione Marche al 34%, la Camera di Commercio di Ascoli e il Comune di Monteprandone con piccole quote), per vincoli di legge e perché bisognerà terminare di pagare le rate di un mutuo bancario.
Il patrimonio immobiliare del Centro, inserito in un’area di 142 mila metri quadri, si aggira intorno ai 30 milioni di euro. «Questo Cda – afferma Censori – dovrà sapere se nel 2010 il Centro sarà dismesso, quindi è bene che i soci pubblici raggiungano un coordinamento sulla loro strategia di partecipazione».
Nell’aprile del 2005 il Centro aveva un debito con le banche di due milioni e 600 mila euro, a cui si aggiungevano un milione di euro per gli interessi di mora sulle rate già scadute dei mutui e 900 mila euro di rate in scadenza. Le banche concessero fiducia perché venne previsto un aumento di capitale di due milioni di euro, che poi non arrivò mai per i blocchi sugli enti pubblici derivanti dal patto di stabilità.
Furono avviate trattative di vendita di immobili a imprese locali e ci fu una cessione alla Cash & Carry per complessivi tre milioni e 25 mila euro con riserva della proprietà al 2010. L’affare, afferma Censori, fu vantaggioso per il Centro, che incassò subito il 95% delle rate. In seguito, dopo una «dura battaglia», le banche creditrici concessero uno sconto del 70% sugli interessi maturati, per una cifra che si aggira sui 700 mila euro. Il risanamento è proseguito con una vendita per due milioni di euro al gruppo Sabelli e con l’avvio di un «nuovo approccio meno legato alla gestione degli affitti per gli operatori commerciali». Locazioni più brevi a società legate al terziario, organizzazione di meeting di settore e corsi di formazione per i ristoratori, rapporti con il movimento Slow Food, richieste di fideiussioni bancarie per gli operatori che intendono affittare immobili. «Oggi – conclude Censori – il Centro Agroalimentare ha riacquisito prestigio, non vogliamo smobilitare ma creare più radicamento degli operatori. Abbiamo una posizione logistica invidiabile, ce lo ha confermato l’interessamento della multinazionale Richard Ellis».

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