ASCOLI PICENO – Questo il testo della “lettera aperta” che il presidente della Provincia Massino Rossi ha diffuso nel pomeriggio di venerdì 27 aprile.

Assicuro che per scrivere queste poche righe ho tolto non solo i cosiddetti “occhiali della politica” ma ogni altro laccio o condizionamento per esprimermi solo e semplicemente come uomo.

Ciò che mi ha indotto ad intervenire piuttosto che tacere come mi è stato chiesto non è solo la necessità, lo confesso, di correggere alcuni aspetti che la “sintesi giornalistica” ha tralasciato, rendendo a volte superficiale il mio punto di vista sulla strage di Appignano, ma il bisogno profondo di ribadire i valori in cui credo.

È umano e forse comprensibile che molti riconducano la causa di questa falcidia di giovani vite all’appartenenza alla comunità Rom del delinquente che l’ha commessa, ma basta aprire ogni giorno i giornali per registrare l’ennesimo scempio commesso da un automobilista ubriaco: proprio sui giornali di ieri è comparsa la notizia che a Firenze l’ennesimo sciagurato, stavolta un italiano, ha travolto una donna, ora in fin di vita, e tre auto in sosta.

Con questo non avevo e non ho intenzione di “difendere” i Rom, né tantomeno il delinquente ubriaco, come mi si attribuisce ingiustamente. Al contrario cerco in modo sicuramente inadeguato, ma generoso e sincero di evitare l’escalation violenta e xenofoba che si sta inevitabilmente scatenando grazie anche all’eco che il contesto mediatico, troppo spesso spinto da esigenze di spettacolarizzazione, ha fornito alle espressioni più esasperate e irrazionali che fortunatamente, ne sono certo, non appartengono alla maggioranza di noi.

Se mi è concesso spazio per un ragionamento più ampio, non posso negare che l’inclusione dei Rom nel contesto delle comunità “stanziali” sia spesso un grosso problema. Un problema che per essere risolto richiede l’utilizzo non solo dell’intransigenza nell’imporre regole di civile convivenza (che anche da sindaco ho cercato di non far mai venir meno) ma anche un paziente e difficile lavoro di dialogo e accompagnamento, a partire dall’inserimento dei minori nelle agenzie educative. Un lavoro impegnativo e costoso, non solo in termini di spesa, che non va comunque abbandonato anche in momenti come questi. Quali, se no, le altre soluzioni? Sicuramente no di certo l’espulsione “tout court” (per altro: come e dove?) o l’eliminazione fisica (dato che forse la storia qualcosa ci ha insegnato su questo versante).

Senza alcuna ideologia o snobismo, sento che non mi appartengono poi le rivendicazioni di una maggiore attenzione per noi “italiani”. Io, “cittadino del mondo”, posso solo dire che sto dedicando la mia vita con grande sacrificio ma senza ricette in tasca o bacchette magiche alla ricerca di qualcosa di meglio per il futuro dei nostri figli, sperando che momenti difficili come questi non ci portino alla rassegnazione o, ancor peggio, a rinunciare alla voglia di cambiare il mondo.

È per questo che, come uomo, come padre, come insegnante (la politica per me non è mai stata un mestiere), continuo a credere che riusciremo ad insegnare ai nostri figli a rispettare il dolore di tutti, anche di coloro che ci impediscono di condividerlo.

Il non facile compito che ci attende sarà quello di continuare a sentire la solidarietà non come “pesante dovere” bensì come fortunata opportunità per vivere bene con noi stessi e con gli altri e come confortante consapevolezza di aver avuto la fortuna di nascere e vivere in un contesto positivo.

Tutto questo farà sì che non crolli in noi, e nei nostri figli, la voglia di continuare a perseguire i nostri ideali e di alzare fiduciosi lo sguardo, anche in situazioni terribili come questa.

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