GROTTAMMARE – Nella scorsa intervista abbiamo parlato di una sua proposta di concorso, da attuare fra i Comuni costieri da Civitanova a Martinsicuro. Rosati, ci sarebbero altre idee?

«Tenuto conto che il rimessaggio potrebbe essere presso il Circolo velico Le grotte, su tutto il Viale Colombo – prima della pista ciclabile – pensavamo ad un mercatino dell’usato sulle imbarcazioni. Per i due/tre giorni della gara il tema sarebbe pienamente il mare».

Per mettere in pratica questa sfida occorrerebbe un’ampia cooperazione fra Comuni. A tal proposito, lei è favorevole all’idea dell’Unione?

«Non sono favorevole per il semplice motivo che mi sento grottammarese, sono nato qui e la mia famiglia è qui da diverse generazioni: mio nonno ad esempio giocava con la Robur. Credo che si perderebbe una parte importante: l’identità storica e culturale. Ogni paese dovrebbe tutelare la propria storia e la propria cultura, con l’ambizione di migliorarsi: si ritorna al discorso della “competizione benevola”, stavolta non tra quartieri ma tra paesi».

Suo nonno Nino Rosati giocava con la Robur?

«Sì, mio nonno Nino, mio padre Marcello, io ed ora mio figlio. Quando ero io in squadra ho ricevuto una targa commemorativa per le tre generazioni della famiglia Rosati nella Robur. Ora le generazioni che giocano nel grottammare Calcio sono diventate quattro: anche mio figlio attualmente è in squadra. Per me è motivo di orgoglio, perché siamo l’unica “quarta generazione” nel calcio grottese».

Facendo un salto nel passato, come erano le estati grottammaresi di una volta?

«C’erano molte feste, molte regate… Penso ad esempio agli anni ’70 e alla “Paperata”: in mare vi erano delle barche che gettavano in acqua delle papere e da terra i concorrenti dovevano tuffarsi in acqua e afferrarle, nuotando. Non era semplice ed era molto suggestivo da guardare. Sulla spiaggia si radunavano moltissime persone, incuriosite. Ma penso anche alle tante gincane organizzate sul Lungomare, sempre verso il 1975».

Ora queste feste non esistono più…

«Per un motivo o per l’altro, sono andate scomparendo, vuoi perché buttare a mare papere vive non è più possibile per legge, vuoi anche per la nuova organizzazione urbana, necessaria alla vita moderna».

Quale altra festa è stata cancellata?

«La prima che mi viene in mente, più recente, è quella del Carnevale estivo, ideato dalla mente attiva di Angelo Maria Ciabattoni. I carri venivano anche da fuori città e fin dalla mattina c’era un via vai di gente, senza contare tutti i visitatori ed i turisti stupiti da quest’iniziativa. Occorrerebbe ripristinarlo».

Nel 1958 suo padre Marcello vinse il Kursaal d’Oro come cantante.

«Ne va tutt’ora molto orgoglioso. Il Kursaal Dancing era il locale che forse più di ogni altro ha contribuito alla crescita turistica dell’intero territorio piceno: dopo la guerra, infatti, negli anni ’50, le persone cominciarono a ritrovare la voglia di divertirsi, ad uscire. Ed il Kursaal era il luogo di ritrovo e divenne famoso in tutta la Riviera anche per i nomi passati di lì come Nilla Pizzi, Mina, Ornella Vanoni, Claudio Villa, Aldo Fabrizi, Lucio Battisti…».

E proprio sull’epoca d’oro del Kursaal ascoltiamo Marcello Rosati, papà di Fabrizio, che ha modo di ricordare alcuni episodi significativi dell’epoca.

Signor Marcello, cosa significava vincere il Kursaal d’oro?

«Era un premio importante. Chi vinceva andava di diritto alle selezioni di Recanati, presso l’Arena Giglio. Eravamo 84, di cui solo 12 passarono il turno, fra cui c’ero anche io. Questa ulteriore selezione portava al concorso di Castrocaro, ed un fatto ancora vivo nella mia mente non mi portò alla gara canora di San Remo, ultima tappa».

Cosa accadde?

«Non fui ammesso con la motivazione che la mia pronuncia tendeva all’accento marchigiano, anche se tutti mi fecero i complimenti per la mia voce. Vinse Eugenia Furigatti, che così ebbe l’opportunità di cantare con Claudio Villa Amour mon amour. Rimasi molto avvilito».

Proseguì l’esperienza al Kursaal?

«Non mi fermai al Kursaal, anche perché per entrare dovevi avere la cravatta e una… “certa classe”, gli operai non se lo potevano permettere. Così girai anche per altri locali nelle vicinanze, sempre per cantare».

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