MONTEPRANDONE – L’Italia (e quindi la nostra Riviera, e quindi Monteprandone) ammorbata dalla gerontocrazia, dove può comandare solo chi ha i capelli bianchi (o non li ha), mentre i giovani invecchiano tenuti lontano dalle tante stanze dei bottoni?
È questo il tema che ci spinge ad ascoltare le voci, i pareri, a volte anche gli sfoghi, di giovani e meno giovani che hanno idee e voglia di migliorare la città in cui vivono. Iniziamo da Marco Seproni della Trattoria Tascapà: molto attivo, ha dimostrato con una serie di iniziative la sua positiva volontà.
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«Quello che noto è che si ha difficoltà a far emergere situazioni di collaborazione nuove o interessanti, magari per una forma di invidia o rivalità, magari per un semplice lassismo, raramente per la mancanza di volontà». Marco Seproni della Trattoria Tascapà si è fatto notare, negli ultimi tempi, per iniziative culturali (un successo la serata “Musica, cultura e cul.in.aria” della scorsa estate), simpatiche novità gastronomiche (apprezzati gli appuntamenti con “La birra in cucina”), per la collaborazione nell’ambito della rete di ristoratori “I Sapori del Piceno”, per una serie di appuntamenti sociali (don Monterubbianesi, l’Avis). È, inoltre, nel direttivo della Croce Gialla di Stella di Monsampolo.
«Sono nato a Porto San Giorgio, quindi mi sono trasferito a San Benedetto, in zona Agraria. Solo dal 2000 vivo qui a Centobuchi, anche se devo dire che, fino al 2004, quando cioè lavoravo a San Benedetto, questa città ha rappresentato per me quello che è per molti: un luogo transitorio».
Come tanti monteprandonesi, le tue origini non sono locali.
«Infatti non si è ancora bene amalgamati assieme: neanche chi vive qui percepisce appieno le potenzialità della città, molte delle quali inespresse. Non è facile decifrare questa realtà, innanzitutto scissa in due: il centro storico, in qualche modo più coeso, “autoctono” anche se un po’ chiuso, e Centobuchi, zona più industrializzata e dinamica, ancora in crescita perché per molti i prezzi delle case a San Benedetto non sono accessibili».
Alcuni definiscono questa città una periferia di San Benedetto. È così?
«Secondo me può avere una sua autonomia, purché si diano le opportunità a tutti i cittadini di buona volontà. Mancano sicuramente degli spazi aggregativi, o meglio ci sarebbero se potessero essere rimodulate alcune strutture già esistenti. Qui, oltre la strada, i bar e le parrocchie, non si hanno posti dove potersi incontrare».
Parli di resistenze poste contro chi ha intenzione di rinnovare. Che intendi?
«Quando abbiamo formato l’associazione “I Sapori del Piceno”, che riunisce ristoratori e produttori eno-gastronomici locali, c’è gente che “ci guardava storto”, come si suol dire. Crea stupore che ci siano persone che, invece di farsi sciocche guerre, creino sistema, promuovano tutto il territorio. Non nascondo di aver suggerito all’amico Emidio Mitretto dell’Osteria 1887 di aprire nel centro storico il suo locale: per me non è concorrenza, ma il rafforzamento di tutta la città».
Come è nata l’idea di “Sapori del Piceno”?
«È stato il consigliere Fabio Fares a lanciare l’idea. Si voleva realizzare qualcosa di interessante in occasione dei festeggiamenti di San Giacomo della Marca, nel 2004. A quel punto ci siamo messi a tavolino per avviare una serie di proposte eno-gastronomiche, da “Cucina dello spirito” al recente “Benvenuto autunno”. Ma per qualcuno, e torniamo all’argomento di prima, noi saremmo degli “sfruttatori” del nome di San Giacomo…»
Fares è uno dei giovani dell’attuale maggioranza. Secondo te incidono poco?
«Dall’esterno non è facile esprimere giudizi netti. Sarebbe necessario un loro maggiore coinvolgimento, perché sono apportatori di idee nuove; ma bisognerebbe chiedere direttamente a loro (lo faremo, ndr). A livello giovanile, tante delle buone idee realizzate in passato, sono state poi abbandonate perché non supportate dalla collettività: penso ad esempio al festival rock Skoncerto della seconda metà degli anni ’90».
Ma negli ultimi anni il Comune ha aderito al “Summer Festival” e organizzato “Jazz… e non solo”.
«Buone iniziative, anche se sfortunate, a causa della pioggia. Ricordo che per per la serata con i Negramaro, lavorammo tantissimo, con persone venute da fuori. Si dice che mancano gli spazi, tuttavia abbiamo un campo sportivo che, con tutti gli investimenti lì riversati, non può essere destinato al solo Centobuchi: diamo spazio agli altri sport e anche alla musica».
Cosa ne pensi della politica locale?
«Mi dispiace constatare che, a Monteprandone come nel resto d’Italia, ci si scambia le stesse accuse tra maggioranza e opposizione, e sempre, chi è al comando, viene accusato di favoritismi. Ad esempio sui permessi di costruzione “agli amici”. Gesù disse: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”…»
Hai dei suggerimenti?
«Valorizzare il nostro patrimonio: penso al chiosco di San Giacomo, al Palazzetto Parissi. Luoghi dove sia possibile e piacevole fare teatro, ascoltare musica, vedere mostre, proporre letture di scrittori o poeti. Ma anche recuperare dei luoghi qui a Centobuchi: altrove si fanno dei project financing dove i privati costruiscono e in cambio realizzano piscine, piccoli teatri, ecc. Facciamolo anche qui. Ho anche delle proposte più pratiche: un marciapiede nella strada che da Centobuchi porta al cimitero, perché vedo anziane che camminano pericolosamente nella strada. E poi interagire con tutta la Riviera: mi piacerebbe rivedere a San Benedetto, magari anche con il nostro coinvolgimento, la tavolata su tutto il lungomare. Perché è stata abbandonata una così bella idea?»

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