ASCOLI PICENO – «Non posso non ricordare che nei confronti del signor Panichi è in corso presso il Tribunale di Ascoli Piceno un processo per gravi fatti di bancarotta fraudolenta sulla scorta di prove documentali e rilevare che la campagna denigratoria del predetto posta in essere nei confronti di gran parte dei magistrati locali ben potrebbe essere un espediente per creare l’apparenza di un clima ostile nei suoi confronti e richiedere lo spostamento del procedimento a suo carico in diversa sede, con conseguente ulteriore ritardo nella definizione dello stesso».

Questa in particolare la dichiarazione con cui la scorsa settimana dal procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno Franco Ponticelli aveva commentato l’iscrizione sul registro degli indagati della procura dell’Aquila di nove magistrati ascolani.

Dichiarazione che ora l’imprenditore tessile sambenedettese Alberto Panichi definisce «gravissima» in una nota diffusa nel pomeriggio di lunedì 12 marzo con cui egli dà notizia di aver presentato querela nei confronti dello stesso procuratore. «Ho il dovere di fare alcune precisazioni a salvaguardia del mio buon nome», aggiunge Panichi, il quale a tale scopo ci invia l’intervento che qui di seguito pubblichiamo.

a) Ho innanzi tutto provveduto a depositare presso la procura dell’Aquila denuncia-querela per il reato di diffamazione, intravvedendosi in dette gravi ed incaute dichiarazioni – aggravate fra l’altro dal ruolo ricoperto dall’esternante – intenzioni fortemente lesive contro la mia persona.

b) In virtù di ciò e solo per questa ragione, al tempo stesso sono stato costretto a presentare alla Corte di Cassazione istanza di rimessione ad un diverso ufficio giudiziario dei procedimenti penali da me intentati contro magistrati del Tribunale di Ascoli, essendo ormai palese l’assoluta inidoneità del Tribunale di Ascoli Piceno a poter trattare processi che mi riguardano, non disponendo esso più di quella necessaria serenità.

c) Attendo ora – sperando che il dottor Ponticelli mantenga fede a quanto preannunciato – la denuncia per calunnia, nella piena consapevolezza che solo grazie a dei processi celebrati in condizioni ambientali di garantita neutralità, si possa fare totale chiarezza per accertare chi siano i veri responsabili di comportamenti delittuosi.

d) Spero inoltre che quanto accaduto possa spingere la procura dell’Aquila a far presto, in modo da poter dare delle risposte concrete alla comoda e banale interpretazione che si vorrebbe dare all’iscrizione sul registro degli indagati, facendola apparire semplice atto formale e dovuto.

e) Poiché il riferimento del dottor Ponticelli quando dice «per gravi fatti di bancarotta fraudolenta sulla scorta di prove documentali» potrebbe far pensare a chissà quali misfatti e/o nefandezze, preciso che questi gravi fatti vengono individuati in un contratto d’affitto (secondo l’accusa – su relazione del curatore – di natura fraudolenta) stipulato nel giugno 1991 fra due società del mio gruppo e legato al piano di riassetto generale, giunto ormai alla fase conclusiva che, purtroppo, fu compromesso dal famoso pignoramento della Fondazione Cariverona del 4 gennaio 1992.

f) Preciso inoltre che i due curatori (Giuseppe Mancini e Antonio Sergiacomi) sono indagati sia dalla procura dell’Aquila che da quella di Ascoli Piceno – in questo caso competente – per false testimonianze rese durante il dibattimento.

g) Preciso infine che lo scopo delle mie iniziative giudiziarie – assunte con grande senso di responsabilità e grazie alle quali si potranno celebrare dei processi – non sono «espedienti» ma solo la volontà di far emergere gli anormali e per certi aspetti inquietanti comportamenti di vari magistrati da me denunciati per fatti commessi nell’esercizio delle loro funzioni.

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